domenica 8 settembre 2013

Anni di scuola: 193. L'educazione della classe

I ragazzi delle mie classi, forse, non sono stati mai particolarmente brillanti come profondità di preparazione, ma in una cosa si sono distinti: sono stati sempre dei ragazzi bene educati. Forse il fine ultimo del mio impegno era proprio quello: di tirare fuori dalla classe una buona educazione, alla base della quale era l'armonia reciproca fra gli alunni e il rispetto per gli insegnanti e le persone adulte, il tutto riconducibile a una parola di base: umanità.
Non ho mai mancato di rispetto a un alunno, per quanto possa essere stato ineducato e rissoso. In cambio, posso dire che tra me e i miei alunni è sempre regnata un'armonia che rendeva facili e quasi sempre piacevoli i nostri rapporti. Tra me e la classe è stata sempre facile la convivenza, senza particolari meriti miei o degli alunni stessi.
Spesso le mie classi erano portate a modello per tutte le altre. Questa armonia e questa educazione spiccava ogni volta agli esami di maturità: per tantissimi anni le mie quinte classi hanno brillato per profitto globale e come media di voti, e soprattutto per  la piacevole serenità con cui questi esami venivano affrontati.
Se mi sto vantando di meriti in realtà naturali e dunque con nessuna base di virtù e di dono personale è perché un anno, invece di un elogio, ebbi uno schiaffo morale che non potrò mai dimenticare. La comunità ebraica di Roma aveva organizzato una visita da Auschwitz riservata agli alunni delle classi migliori della Provincia di Roma, quattro o cinque in tutto. Da noi fu incaricata dal preside, per la designazione della nostra classe migliore, una professoressa notoriamente impegnata nel sociale da posizioni piuttosto vigorose, e questa insegnante, d'accordo con il preside, non esitò a indicare nella Quarta B, una mia classe, appunto, il gruppo più meritevole di tutto l'istituto per educazione, sensibilità  e rispetto.

Nessun commento:

Posta un commento