sabato 10 marzo 2012

Una premessa di monsignor Domenico Pompili a "Piccole storie di animali"

Una importante premessa di Monsignor Domenico Pompili, direttore dell'Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della CEI e nostro illustre concittadino di Acuto, onora la pubblicazione del nostro libro "Piccole storie di animali", dato alle stampe grazie al "Pileum.blogspot.com" di Antonio Iadicicco.
Ringraziamo Monsignor Pompili per le sue chiare e significative parole, che come sempre rendono il suo intervento ricco di significato e di valore morale. Ne riproponiamo il testo, sicuri di fare opera utile ai lettori.
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FAVOLE? TUTT'ALTRO CHE FANDONIE

di Monsignor Domenico Pompili *

Tradizionalmente un breve e vivace componimento narrativo, che ha come protagonisti animali e oggetti inanimati, e come fine quello di comprendere in modo semplice una verità morale si chiama "favola".
E questo è dunque, certamente, un libro di "favole". Però, e non a caso parallelamente alla relativizzazione o al rifiuto della morale, che ha portato alla riformulazione semantica nell'ormai più diffuso termine "moralismo", dall'innegabile accezione negativa, anche il termine "favola" ha mutato di segno, finendo con l'indicare una fandonia, una frottola, qualcosa di irreale e irrilevante, oppure desiderabile ma irrealistico.
Lo stesso destino ha subito il termine "mito", che insieme a "logos" è il termine greco per indicare la parola, nella sua componente di rivelazione di una realtà indimostrabile (mentre oggi, con "miti e leggende", intendiamo qualcosa di puerile e irreale, quando non falso).
Eppure, da Esopo a Orwell, dovremmo ormai sapere che le favole sono tutt'altro che fandonie.
Sia perché, come l'etimologia insegna, osservare il comportamento degli animali può essere utile, per similitudine o per differenza, a meglio comprendere alcuni aspetti del comportamento umano.
Sia, soprattutto, perché l'analogia è uno strumento prezioso per illuminare un mondo a partire da un altro e per rendere comprensibili analisi, e soprattutto, valutazioni (alle quali troppo spesso oggi rinunciamo, in nome di una malintesa idea di tolleranza) che un linguaggio più letterale finirebbe per circoscrivere a segmenti più ristretti di possibili lettori.
Parlare di un mondo attraverso un altro, tradurre le idee in immagini concrete, partire da esperienze che sono di tutti per alludere a significati più ampi sono tutti modi di affinare la nostra capacità di osservare, interpretare, raccontare il mondo che abitiamo. Un mondo che ci è stato dato in dono, perché lo "coltivassimo e lo custodissimo", per prendercene cura e per continuare a stupircene. Un mondo che condividiamo con altri esseri animati, che qualche volta, indirettamente, possono richiamarci al nostro dovere di essere pienamente umani.

* Direttore Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della CEI

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