sabato 20 febbraio 2010

Le Geremiadi di Mario Pennacchia

Ciao, Mario. Eravamo giovani, allora, più di cinquanta anni fa. Lavoravamo duro, ma con entusiasmo e spirito goliardico, nel vecchio palazzaccio del Corriere dello Sport, al Corso, dietro la Chiesa di San Carlo, ai piani sovrastanti i tavolini del ristorante Al Bolognese. C'era aria di Olimpiadi, e soprattutto c'era aria di trasbordo: dalla gestione familiare di Giuseppe Melillo si passava a quella, del tutto imprevedibile, di Antonio Ghirelli.
Ovviamente, dietro le spalle dei direttori, uscente ed entrante, c'era il cambio fondamentale della gestione economica e aziendale. Anche sotto questo aspetto si passava da un clima casareccio a un clima industriale che incuteva timore e incertezza. Chi restava? Chi se ne andava? Tu, Pennacchia, eri già professionista, pilotavi i lavori sulla Lazio, mentre Ezio De Cesari guidava la redazione dell'intero calcio. Tu ed Ezio, insieme a Vittorio Finizio ed Alberto Marchesi, eravate i maestri, avevate una manciata di anni più di me: io ero arrivato da poco, avevo 23 anni, ero un volontario, arrivavo dalla fucina del Tifone, piccola ma bene attrezzata, con Riccardo Lalli, Eugenio Danese, Giuseppe Colalucci, Sergio Roscani, Mario Zacco ( il leggendario Marzac ), Gilberto Evangelisti e Lino Cascioli.
Ed ecco che, mentre si aspettava il nuovo direttore che avrebbe rovesciato tutto il nostro modo di vivere e di pensare il calcio, tu Pennacchia fosti l'autore delle Geremiadi, delle lamentele prima del temuto naufragio. Le lamentele riguardavano anche i più giovani: Ezio De Cesari aveva scelto me, lazialissimo, a seguire giorno per giorno gli allenamenti della Roma, al campo delle Tre Fontane, giù all'EUR. Era la Roma di Anacleto Gianni, che al telefono mi scambiava per suo figlio e mi chiamava spesso Fabrizio; la Roma di Luis Carniglia,che mi concesse una bellissima intervista appena sbarcato in Italia; la Roma di Angelino Cerretti, che mi dava importanti notizie e mi diceva di seguirlo, perchè sarei diventato un grande giornalista; la Roma di Pedro Manfredini, detto Piedone; di Francisco Lojacono, innamoratissimo di Clauda Mori; di Angelillo, di Sormani: i tre venivano chiamati gli angeli con la faccia sporca. Era la Roma di Egidio Guarnacci, allievo farmacista, romano de Roma come Orlando e Menichelli, prodotti del vivaio giallorosso e ali della Nazionale.La Roma del grande Omino Losi e Di Picchio De Sisti, ai suoi primissimi passi. La Roma, anche, del cavaliere Vincenzo Biancone, regista umile e silenzioso, al quale mi legava una stima profonda e reciproca.
La Roma di Fabio Cudicini, portiere lunghissimo e brillante, il Ragno, come dimostrò quella serata a Birmingham, quando parò l'imparabile impressionando gli inglesi, e con le due reti di Piedone Manfredini la Roma conquistò il 2-2 nella finale di andata, che poi le avrebbe garantito la Coppa delle Fiere, la madre della futura Coppa delle Coppe, oggi Europa League, unico trofeo internazionale dei giallorossi. Io ero lì, nella notte di Birmigham, a fare la cronaca, emozionatissimo: ero al mio esordio professionale, a soli 26 anni.
Ma allora, 1961, si era già in epoca Ghirelli, epoca intensa e brillante, bruscamente interrotta e poi ripresa con tempi più lunghi e duraturi anche come effetti di rilancio del giornale.
Fino a poco tempo prima, non lo sapevamo ancora, e temevamo. De Cesari specialmente viveva nel terrore. E con le tue Geremiadi, caro Pennacchia, volevi farci ridere e ci mettevi ancora più paura. Ricordi? "La tua barca cola a picco, / sventurato Jadicicco. / Bassi volano i cetrioli / Angelino Pesciaroli: / verdi, gialli, rossi e neri, / tutti in....a Cavalieri. Povero Antonio Cavalieri: di lì a poco partiva davvero per lidi lontani lontani, con tutta la sua splendida giovinezza.
E partivo pure io, insieme a tanti altri, non mi viene voglia di nominarli. Lidi più vicini, ma diversi. Ghirelli mi richiamò, voleva affidarmi l'automobilismo, e io, che non avevo nemmeno la patente, ci vidi un'insidia: ma ormai avevo deciso di lasciare, ero in causa col giornale, nessuno mi aveva difeso in quella incredibile "cacciata" che è stampata a fuoco nella mia mente, coincideva con l'assassinio di John Kennedy, 11 novembre 1963.
Avevo deciso di lasciare l'amatissimo calcio e di dare gli esami di laurea in lettere, studi interrotti per incoscienza giovanile. Addio calcio, addio vecchi amici di Via del Corso. Addio Ghirelli, De Cesari, Pennacchia, Alberto Marchesi, Dominici, Balboni, Ennio Mantella, Sergio Neri, Alfredo Berra, Pesciaroli, Cavalieri, Alfonso Fumarola, Paolo Rosi, Fausto Rosati, Franco Recanatesi, Gastone Alecci, Enzo Poggi. Addio Pistilli, causa involontaria del mio esilio.
Ciao Roma, ciao Lazio, ricordi bellissimi della mia giovinezza. Giovinezza che ho ritrovato, grazie a un blog di Internet, mezzo secolo dopo.

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