Un bambino di dieci anni osserva intorno il suo mondo: il suo paese, la guerra, la morte prematura del padre, la sofferenza, la fame, la crudeltà umana. Ma non ne esce una visione tragica: l'atmosfera rimane sospesa in un sentimento che oscilla sempre tra il dolore e la speranza, e riesce ad aprirsi un varco verso la serenità.
Un'infanzia amara eppure sorridente, intrisa di un amore mai rassegnato per la sua gente. Ne balza fuori il ritratto di un paese di Ciociaria antico e sempre nuovo, figure vere di uomini e donne descritte con curiosità e semplicità.
La forte immagine di Nonna Livia sembra dominare la scena. Ma ecco l'amato padre Memmuccio, col suo sorriso pieno di umanità; l'autorevole zia Agnese, ricca d'inventiva e di dinamismo; la cugina Maria Luigia, un autentico folletto dotato di creatività illimitata.
Poi il fratello Silvestro, gran signore in ogni suo atteggiamento; il primogenito Vito, il partigiano ventenne che diventa un secondo padre sacrificando i suoi anni più giovani; e Geltrude, la madre coraggio che riesce a tirare avanti da sola i sette figli, e nessuna avversità la piega.
Altre figure in primo piano; la cugina Marisa, amata in modo tenero e dolente; l'amico Santino, con la sua irresistibile passione per il pallone; Lisa di Cherubina, che lotta senza mai arrendersi contro la sventura.
Tante situazioni divertenti e malinconiche: Francesca che si fa suora; Ninì che fa leggere i suoi libri a tutto un paese; la bellezza e le insidie del lago di Canterno; il divertente teatrino di Pucci; gli audaci esperimenti del capocomico Silver Scialla; la passione continuamente affiorante per il teatro.
Al centro di tutto la guerra, la paura delle SS, le famiglie ebraiche nascoste, l'arrivo sempre rinviato degli alleati, le violenze dei conquistatori, la tragica scomparsa dei soldati italiani in Russia.
Il fascismo, ormai alla sua caduta, rivisitato senza odio, ma con preciso rifiuto dei suoi aspetti inaccettabili. Le prime lotte politiche, i contrasti, la difficoltosa rinascita, il progressivo spopolamento del paese di montagna.
Un paese di Ciociaria che rimane nella nostra mente, ripresentatoci a distanza di tanto tempo dai vivi ricordi di un bambino di dieci anni.
Qui Lazio by Luigi Jadicicco raccoglie tutti i laziali, a cominciare da quelli dei nostri paesi che sono orgogliosi di far parte di una terra ricca di gloria, di arte e di storia. Con loro i tifosi della Lazio, prima squadra di calcio di Roma. Degli amati paesi laziali trattiamo tutti i problemi, le attese, le speranze.
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martedì 17 agosto 2010
lunedì 16 agosto 2010
Il paese si spopola - I miei ricordi 101
Stava cominciando un fenomeno che apparve irreversibile e di enormi conseguenze: il graduale svuotamento dei paesi di montagna come Acuto, quando la città apparve il mito della rinascita, del lavoro per tutti, dello stipendio che risolveva tutti i problemi.
In dieci anni, la popolazione del mio paese, da tremila abitanti si riduceva a uno scarso migliaio. La magra campagna venne gradualmente abbandonata, le case si svuotarono e cominciò la loro progressiva decadenza.
Le famiglie persero uno alla volta i loro componenti: per prime partirono le forze giovani, che trovarono lavoro soprattutto nell'edilizia, ma anche nelle prime industrie
che nascevano alle periferie della Capitale. I più fortunati trovarono impiego nei ministeri, negli ospedali, negli enti parastatali, nel commercio.
Poi fu la volta delle forze di rincalzo: qualche genitore non troppo anziano, i secondogeniti in grado di affrontare le prime fatiche; poi le donne, anziane e ragazze, che finalmente uscivano dalle loro case per cominciare a collaudare la loro tanto invocata parità.
Così accadde a casa mia: il primogenito trovò lavoro già nel 1945, a 23 anni; il secondo lo seguì tre anni dopo, ma dovette a lungo penare in lavoretti di ripiego, sistemandosi stabilmente soltanto ai primi anni '50. A questo punto, con due stipendi, il gruppone familiare era maturo per il grande salto: nella primavera del 1952 ci trasferimmo in blocco a Roma, in un vecchio edificio di proprietà del Banco di Napoli (dove era impiegato il figlio maggiore) in Via Carlo Alberto, a un passo da Santa Maria Maggiore.
In soli sette anni il grande salto era compiuto: la cara casetta del paese ci vedeva tornare sporadicamente, al massimo per una ventina di giorni nell'estate, e cominciò la sua graduale decadenza.
Come era triste, d'altra parte, tornare lì dove eravamo stati così felici con nostro padre e con i tanti amici ormai perduti.
Ma non era stato facile, per noi, arrivare a quel 1952 che voleva dire l'inizio di una lenta e faticosa ripresa. Avevo appena undici anni, settembre 1945, e per me cominciò il lungo calvario dei collegi.
Infatti, prima che mi trasferissi anch'io nella Capitale, dovettero trascorrere altri otto anni,dal 1945 al 1953. Nel corso di questi otto anni, cambiando collegio tre volte tra Anagni ed Alatri, riuscii a compiere i miei studi, prima nella scuola media, poi al ginnasio, infine al liceo classico, e nell'ottobre del 1953, con uno strappo che non fu molto bene accetto in famiglia, riuscii finalmente a trasferirmi a Roma, iscrivendomi
all'ultimo anno del liceo classico Pilo Albertelli, ex Umberto I, proprio a fianco dell'abside di Santa Maria Maggiore.
Ma quest'ultima parte della mia adolescenza era ormai un mondo completamente diverso da quello della mia infanzia, alla quale ho deciso di dedicare le mie memorie.
Un giorno, chissà, forse parlerò anche della mia adolescenza e giovinezza, vissute in uno scenario completamente diverso.
In dieci anni, la popolazione del mio paese, da tremila abitanti si riduceva a uno scarso migliaio. La magra campagna venne gradualmente abbandonata, le case si svuotarono e cominciò la loro progressiva decadenza.
Le famiglie persero uno alla volta i loro componenti: per prime partirono le forze giovani, che trovarono lavoro soprattutto nell'edilizia, ma anche nelle prime industrie
che nascevano alle periferie della Capitale. I più fortunati trovarono impiego nei ministeri, negli ospedali, negli enti parastatali, nel commercio.
Poi fu la volta delle forze di rincalzo: qualche genitore non troppo anziano, i secondogeniti in grado di affrontare le prime fatiche; poi le donne, anziane e ragazze, che finalmente uscivano dalle loro case per cominciare a collaudare la loro tanto invocata parità.
Così accadde a casa mia: il primogenito trovò lavoro già nel 1945, a 23 anni; il secondo lo seguì tre anni dopo, ma dovette a lungo penare in lavoretti di ripiego, sistemandosi stabilmente soltanto ai primi anni '50. A questo punto, con due stipendi, il gruppone familiare era maturo per il grande salto: nella primavera del 1952 ci trasferimmo in blocco a Roma, in un vecchio edificio di proprietà del Banco di Napoli (dove era impiegato il figlio maggiore) in Via Carlo Alberto, a un passo da Santa Maria Maggiore.
In soli sette anni il grande salto era compiuto: la cara casetta del paese ci vedeva tornare sporadicamente, al massimo per una ventina di giorni nell'estate, e cominciò la sua graduale decadenza.
Come era triste, d'altra parte, tornare lì dove eravamo stati così felici con nostro padre e con i tanti amici ormai perduti.
Ma non era stato facile, per noi, arrivare a quel 1952 che voleva dire l'inizio di una lenta e faticosa ripresa. Avevo appena undici anni, settembre 1945, e per me cominciò il lungo calvario dei collegi.
Infatti, prima che mi trasferissi anch'io nella Capitale, dovettero trascorrere altri otto anni,dal 1945 al 1953. Nel corso di questi otto anni, cambiando collegio tre volte tra Anagni ed Alatri, riuscii a compiere i miei studi, prima nella scuola media, poi al ginnasio, infine al liceo classico, e nell'ottobre del 1953, con uno strappo che non fu molto bene accetto in famiglia, riuscii finalmente a trasferirmi a Roma, iscrivendomi
all'ultimo anno del liceo classico Pilo Albertelli, ex Umberto I, proprio a fianco dell'abside di Santa Maria Maggiore.
Ma quest'ultima parte della mia adolescenza era ormai un mondo completamente diverso da quello della mia infanzia, alla quale ho deciso di dedicare le mie memorie.
Un giorno, chissà, forse parlerò anche della mia adolescenza e giovinezza, vissute in uno scenario completamente diverso.
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sabato 14 agosto 2010
Quando l'amore è vero...I miei ricordi 100
Zia Agnese avrebbe voluto dare a ciascuna delle sue tre bellissime figlie, Livia, Marisa e Anna, un bel principe azzurro, che assicurasse a ciascuna di esse un brillante futuro.
Zia Agnese aveva una volontà di ferro, e nella vita, per quanto la riguardava, aveva ottenuto tutto.
Ma, quando c'è in gioco la volontà di un'altra persona, inutile star lì a lambiccarsi la testa: ognuno fa la propria volontà.
Così, amaramente, zia Agnese dovette rassegnarsi a tre matrimoni piccolo borghesi, poco più o poco meno, come capita a tutta la gente conmune. Ma prima di rassegnarsi...
Livia sposò Vittorio, un bravo ragazzo conosciuto in parrocchia a San Marcellino, e che abitava in via Labicana. Il loro intenso amore venne contrastato fino all'ultimo, inutilmente. Ebbero una bellissima bambina, Simonetta, per la quale Livia e Vittorio cominciarono a sognare un principe azzurro.
Ma Simonetta un'estate, proprio sotto casa, ad Acuto, s'innamorò di Alessio, figlio della lattaia e di un pastore. Ma un amore così grande, così intenso, che non servirono a nulla le proteste di zia Agnese, di Livia e di Vittorio. Anzi, finita l'estate, Simonetta si sposò con Alessio, e decise di restarsene per sempre ad Acuto, rispedendo in lagrime a Roma la nonna e i genitori. Un amore per sempre: Simonetta ed Alessio vissero felici
ad Acuto, e di Roma e delle sue grandezze se ne infischiarono.
Anche le altre due figlie di zia Agnese ebbero una sorte simile. Per qualche anno la madre si illuse di salvarle da un matrimonio qualunque, favorendo magari qualche amoruccio giovanile con ragazzi di un certo lignaggio.
Un anno Marisa fu corteggiata a lungo da un ragazzo di ottima famiglia, e zia Agnese non era scontenta. Ma questo ragazzo era terribilmente geloso, e pian piano Marisa se ne stancò. Quando conobbe Franco, un ragazzo semplice e affettuoso, capì che questa era la sua strada, e non stette a badare se fosse o no di alto lignaggio. Anche la loro è stata un'unione felice, perché basata su un amore sincero.
Pian piano le ambizioni di zia Agnese andarono scemando. Aveva capito la morale della favola. E diede subito il suo consenso quando Anna le presentò un altro Franco, che aveva un buon mestiere, ma nessun ascendente di rango.
Finalmente la zia aveva capito che al cuore non si comanda, e che nella vita non c'é niente di più bello di un amore vero, non basato sul calcolo. La dolce Simonetta, la sua primissima nipote, aveva dato alla nonna una lezione grande, che non sarebbe stata mai dimenticata (continua).
Zia Agnese aveva una volontà di ferro, e nella vita, per quanto la riguardava, aveva ottenuto tutto.
Ma, quando c'è in gioco la volontà di un'altra persona, inutile star lì a lambiccarsi la testa: ognuno fa la propria volontà.
Così, amaramente, zia Agnese dovette rassegnarsi a tre matrimoni piccolo borghesi, poco più o poco meno, come capita a tutta la gente conmune. Ma prima di rassegnarsi...
Livia sposò Vittorio, un bravo ragazzo conosciuto in parrocchia a San Marcellino, e che abitava in via Labicana. Il loro intenso amore venne contrastato fino all'ultimo, inutilmente. Ebbero una bellissima bambina, Simonetta, per la quale Livia e Vittorio cominciarono a sognare un principe azzurro.
Ma Simonetta un'estate, proprio sotto casa, ad Acuto, s'innamorò di Alessio, figlio della lattaia e di un pastore. Ma un amore così grande, così intenso, che non servirono a nulla le proteste di zia Agnese, di Livia e di Vittorio. Anzi, finita l'estate, Simonetta si sposò con Alessio, e decise di restarsene per sempre ad Acuto, rispedendo in lagrime a Roma la nonna e i genitori. Un amore per sempre: Simonetta ed Alessio vissero felici
ad Acuto, e di Roma e delle sue grandezze se ne infischiarono.
Anche le altre due figlie di zia Agnese ebbero una sorte simile. Per qualche anno la madre si illuse di salvarle da un matrimonio qualunque, favorendo magari qualche amoruccio giovanile con ragazzi di un certo lignaggio.
Un anno Marisa fu corteggiata a lungo da un ragazzo di ottima famiglia, e zia Agnese non era scontenta. Ma questo ragazzo era terribilmente geloso, e pian piano Marisa se ne stancò. Quando conobbe Franco, un ragazzo semplice e affettuoso, capì che questa era la sua strada, e non stette a badare se fosse o no di alto lignaggio. Anche la loro è stata un'unione felice, perché basata su un amore sincero.
Pian piano le ambizioni di zia Agnese andarono scemando. Aveva capito la morale della favola. E diede subito il suo consenso quando Anna le presentò un altro Franco, che aveva un buon mestiere, ma nessun ascendente di rango.
Finalmente la zia aveva capito che al cuore non si comanda, e che nella vita non c'é niente di più bello di un amore vero, non basato sul calcolo. La dolce Simonetta, la sua primissima nipote, aveva dato alla nonna una lezione grande, che non sarebbe stata mai dimenticata (continua).
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giovedì 12 agosto 2010
La valigia della zia - I miei ricordi 99
Non so se fossimo maleducati e poco graditi, ma quando arrivavano le zie da Roma con le loro enormi valigie, noi due o tre più piccoli nipoti di Acuto eravamo sempre lì a curiosare. Tanti erano i nostri "ooh" di meraviglia alla Povia, e tanta la loro contentezza nel vederci contenti, che oggi sono propizio a credere che quel momento era bello proprio per le nostre carissime zie.
Agli zii avevamo già pensato in precedenza, andando a salutarli quando erano ancora per via, rigorosamente dalla stazioncina della Roma-Fiuggi, poiché macchine private, in quel tempo, ancora non esistevano. I cari zii Peppino e Peppone, il primo specilmente, che era il più affettuoso, non ci facevano mai mancare le loro monetine di piccola o media taglia, con le quali provedevamo alle nostre piccolissime spese settimanali.
Ma lo spettacolo vero era l'apertura della grande valigia, quella con le sorprese, per i nipotini. Zia Agnese la piazzava proprio davanti al caminetto della cucina di nonna Livia, che d'estate raramente era in funzione.
L'apertura era preceduta da un inconfondibile odore: quello del pane di Roma. Le rosette o gli sfilatini, di preferenza le prime. Noi, abituati alle nostre grandi pagnotte che affettavamo con molta prudenza, e che magari dopo sette giorni non avevano più odore né fragranza, captavamo con piacere con le narici quell'odorino dolciastro delle rosette, che addentavamo subito con gioia con un piccolo companatico, di solito un formaggino triangolare o, al limite, anche senza nulla: tanto la rosetta si manteneva abbastanza morbida e saportita anche a distanza di dodici ore.
Quella valigia era piena di tanti pensierini che le nostre cuginette di Roma ci riservavano. Marisa, di tre anni più grande di me, non si dimenticava mai di farmi avere un piccolo libro, che all'inizio era quello che riproducava la forma di un cagnolino o di un porcellino o di una casetta dal tetto fumante. Poi, man mano che diventavamo più grandi, il libro diventava più significativo: un bel romanzo per ragazzi, di solito della collezione Salani di Firenze, che allora andava per la maggiore. Quel dono lì aveva per me un valore molto grande, dato che la lettura era forse la cosa che più mi appassionava.
Non mancava però qualche giocattolino comprato appositamente per noi: una trombetta, un cavalluccio di legno, un'automobilina di latta con la sirena.
Generosi gli zii, generose le cuginette, a noi particolarmente care: compagne dei nostri giochi, sempre allegre e particolarmente ricche di humor, si divertivano a farci fare le più matte risate e a raccontarci le più inverosimili avventure.
Se era una gioia per noi, questo periodico loro ritorno al paese lo era soprattutto per loro: a Roma stavano benissimo, avevano tante amiche ed amici e tanti negozi vivino casa, specialmente la cartolibreria Mario Buzzoli lì a via Merulana, cinque portoni più avanti del 11o che torreggiava di fronte alla Chiesa di S. Anna, tra il cinema Brancaccio e via Ruggero Bonghi dove erano le loro scuole, sia le elementari che le medie. Luoghi che anche noi conoscevamo benissimo, tale era l'amore tra le nostre famiglie.
Ma per loro, tornare ad Acuto per qualche giorno rappresentava la felicità suprema, quasi un pieno recupero delle loro vere radici e della loro vera identità, che comprendeva questo scambio affettuoso tra cugini che si volevano bene (continua).
Agli zii avevamo già pensato in precedenza, andando a salutarli quando erano ancora per via, rigorosamente dalla stazioncina della Roma-Fiuggi, poiché macchine private, in quel tempo, ancora non esistevano. I cari zii Peppino e Peppone, il primo specilmente, che era il più affettuoso, non ci facevano mai mancare le loro monetine di piccola o media taglia, con le quali provedevamo alle nostre piccolissime spese settimanali.
Ma lo spettacolo vero era l'apertura della grande valigia, quella con le sorprese, per i nipotini. Zia Agnese la piazzava proprio davanti al caminetto della cucina di nonna Livia, che d'estate raramente era in funzione.
L'apertura era preceduta da un inconfondibile odore: quello del pane di Roma. Le rosette o gli sfilatini, di preferenza le prime. Noi, abituati alle nostre grandi pagnotte che affettavamo con molta prudenza, e che magari dopo sette giorni non avevano più odore né fragranza, captavamo con piacere con le narici quell'odorino dolciastro delle rosette, che addentavamo subito con gioia con un piccolo companatico, di solito un formaggino triangolare o, al limite, anche senza nulla: tanto la rosetta si manteneva abbastanza morbida e saportita anche a distanza di dodici ore.
Quella valigia era piena di tanti pensierini che le nostre cuginette di Roma ci riservavano. Marisa, di tre anni più grande di me, non si dimenticava mai di farmi avere un piccolo libro, che all'inizio era quello che riproducava la forma di un cagnolino o di un porcellino o di una casetta dal tetto fumante. Poi, man mano che diventavamo più grandi, il libro diventava più significativo: un bel romanzo per ragazzi, di solito della collezione Salani di Firenze, che allora andava per la maggiore. Quel dono lì aveva per me un valore molto grande, dato che la lettura era forse la cosa che più mi appassionava.
Non mancava però qualche giocattolino comprato appositamente per noi: una trombetta, un cavalluccio di legno, un'automobilina di latta con la sirena.
Generosi gli zii, generose le cuginette, a noi particolarmente care: compagne dei nostri giochi, sempre allegre e particolarmente ricche di humor, si divertivano a farci fare le più matte risate e a raccontarci le più inverosimili avventure.
Se era una gioia per noi, questo periodico loro ritorno al paese lo era soprattutto per loro: a Roma stavano benissimo, avevano tante amiche ed amici e tanti negozi vivino casa, specialmente la cartolibreria Mario Buzzoli lì a via Merulana, cinque portoni più avanti del 11o che torreggiava di fronte alla Chiesa di S. Anna, tra il cinema Brancaccio e via Ruggero Bonghi dove erano le loro scuole, sia le elementari che le medie. Luoghi che anche noi conoscevamo benissimo, tale era l'amore tra le nostre famiglie.
Ma per loro, tornare ad Acuto per qualche giorno rappresentava la felicità suprema, quasi un pieno recupero delle loro vere radici e della loro vera identità, che comprendeva questo scambio affettuoso tra cugini che si volevano bene (continua).
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domenica 8 agosto 2010
Il rinfresco di Nando - I miei ricordi 98
Quando, l'estate, da Roma arrivava tutta la torma dei cugini, quasi una dozzina fra le tre famiglie, per noi bambini di Acuto era una grande gioia. Venivano a villeggiare nei tre piccoli appartamenti che nonna Livia aveva assegnato loro nella sua grande casa, e c'era spazio e allegria per tutti. Ogni zia aveva un paio di camere, un balcone, l'uso di bagni e cucina, e poi nonna Livia cedeva volentieri anche il suo appartamento con la grande camera da pranzo, riservata per i giorni di festa che poi erano più frequenti dei giorni feriali.
Noi cugini più piccoli eravamo sempre lì intorno, a vedere, a curiosare, a sperare anche che qualcuna delle leccornie che gli zii portavano da Roma toccasse anche a noi.
Gli zii di Roma erano famiglie agiate, non dovevano lesinare nulla, e prima di venire in vacanza in montagna magari erano già stati per un mese al mare: amavano, ad esempio, la spiaggia di Tortoreto in Abruzzo, e ci andavano tutti gli anni.
Soprattutto stava bene la famiglia di zia Amalia e di zio Peppino junior, detto zio Peppone perché era più giovane di età, ma fisicamente molto più grande dell'altro zio Peppino, il marito di zia Agnese, quello di via Merulana.
Zio Peppone era il capocuoco del Collegio Nazareno, un vero e proprio chef, aveva una buonissima paga e soprattutto la possibilità d'integrarla con la mensa del collegio:
carne, verdure, frutta e anche dolci in abbondanza.
I dolcetti erano la nostra attrattiva. Molto apprezzati erano i formaggini di nocciola, le primissime specialità della Ferrero. Quando i collegiali erano in vacanza, zio Peppino navigava nell'abbondanza, e portava spesso qualcosa a casa per non farla sciupare.
Così, quando zia Amalia arrivava con i suoi valigioni, era festa e allegria anche per noi.
Un giorno, di pomeriggio, io e la mia piccola cugina di Acuto, Maria Pia, ci recammo da nonna Livia accarezzando questa speranza. Ma era un giorno un po' magro e non trovammo niente, tranne un cugino parecchio più grande di noi, Nando, che era sui sedici anni ed era in vena di scherzi.
- Siete venuti per il rinfresco? - ci disse con aria carica di promesse. - Sedetevi lì su quei due scalini e aspettate -
Erano i due scalini che dalla cucina portavano alla grande sala da pranzo.
Nando, con aria di noncuranza, si accostò al lavandino dela cucina di nonna, aprì il rubinetto, prese una bella manciata d' acqua e ce la lanciò sulla faccia. - Questo è il rinfresco! -. disse ridendo.
Per fortuna era un pomeriggio di quelli torridi, e la piccola doccia ci rinfrescò senza darci alcun fastidio, ma eravamo amareggiati per la beffa. Però Nando non era cattivo: anzi! Andò alla credenza di nonna, prese due di quei famosi formaggini alla nocciola per cui eravamo venuti, e ce li diede facendosi perdonare, rendendoci doppiamente felici.
Nando era il maggiore dei figli di zia Amalia, l'ultima delle cinque figlie di nonna Livia, e quella che era stata più fortunata nel suo matrimonio con zio Peppone (continua).
Noi cugini più piccoli eravamo sempre lì intorno, a vedere, a curiosare, a sperare anche che qualcuna delle leccornie che gli zii portavano da Roma toccasse anche a noi.
Gli zii di Roma erano famiglie agiate, non dovevano lesinare nulla, e prima di venire in vacanza in montagna magari erano già stati per un mese al mare: amavano, ad esempio, la spiaggia di Tortoreto in Abruzzo, e ci andavano tutti gli anni.
Soprattutto stava bene la famiglia di zia Amalia e di zio Peppino junior, detto zio Peppone perché era più giovane di età, ma fisicamente molto più grande dell'altro zio Peppino, il marito di zia Agnese, quello di via Merulana.
Zio Peppone era il capocuoco del Collegio Nazareno, un vero e proprio chef, aveva una buonissima paga e soprattutto la possibilità d'integrarla con la mensa del collegio:
carne, verdure, frutta e anche dolci in abbondanza.
I dolcetti erano la nostra attrattiva. Molto apprezzati erano i formaggini di nocciola, le primissime specialità della Ferrero. Quando i collegiali erano in vacanza, zio Peppino navigava nell'abbondanza, e portava spesso qualcosa a casa per non farla sciupare.
Così, quando zia Amalia arrivava con i suoi valigioni, era festa e allegria anche per noi.
Un giorno, di pomeriggio, io e la mia piccola cugina di Acuto, Maria Pia, ci recammo da nonna Livia accarezzando questa speranza. Ma era un giorno un po' magro e non trovammo niente, tranne un cugino parecchio più grande di noi, Nando, che era sui sedici anni ed era in vena di scherzi.
- Siete venuti per il rinfresco? - ci disse con aria carica di promesse. - Sedetevi lì su quei due scalini e aspettate -
Erano i due scalini che dalla cucina portavano alla grande sala da pranzo.
Nando, con aria di noncuranza, si accostò al lavandino dela cucina di nonna, aprì il rubinetto, prese una bella manciata d' acqua e ce la lanciò sulla faccia. - Questo è il rinfresco! -. disse ridendo.
Per fortuna era un pomeriggio di quelli torridi, e la piccola doccia ci rinfrescò senza darci alcun fastidio, ma eravamo amareggiati per la beffa. Però Nando non era cattivo: anzi! Andò alla credenza di nonna, prese due di quei famosi formaggini alla nocciola per cui eravamo venuti, e ce li diede facendosi perdonare, rendendoci doppiamente felici.
Nando era il maggiore dei figli di zia Amalia, l'ultima delle cinque figlie di nonna Livia, e quella che era stata più fortunata nel suo matrimonio con zio Peppone (continua).
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sabato 7 agosto 2010
In viaggio con Lorenzino - I miei ricordi 97
Per un anno, fra i tanti anni di collegio, potei tornare ad Acuto. Era il 1950, e fu un Anno Santo in tutti i sensi.
Quell'anno viaggiai tutti i giorni col trenino Roma-Fiuggi-Alatri, e frequentai il ginnasio al Conti Gentili di Alatri, uno dei licei più seri e impegnativi della Ciociaria.
Il trenino aveva ripreso servizio da un paio d'anni, ed era lento ma preciso come un cronometro. Eravamo una cinquantina di studenti di Acuto, ce n'erano molti anche delle professionali. A questi si aggiungevano altri, di Fiuggi e dei paesi successivi fino ad Alatri.
A risalire la strada in forte pendenza verso la cittadina ciociara, importante centro di studi, eravamo circa duecento. Eravamo tutti amici, e c'erano anche parecchie ragazze, specialmente di Fiuggi: Albarosa, Lisotta, Piozza...
Colui che spiccava, sia per il suo fisico da normanno, occhi azzurri, capelli biondi, carnagione chiarissima, sia per le sue spiccate attitudini agli studi matematici, era Lorenzino Necci, i cui genitori erano entrambi di Acuto, ma risiedevano ormai da decenni nella cittadina termale, dove Lorenzo era nato. Con lui, che aveva solo quattordici anni ed era un esordiente al ginnasio, viaggiava la sorella maggiore Albarosa, che di anni ne aveva diciassette ed era in classe con me, e che finì per sposare il suo compagno di banco Angelo Mosetti, divenuto poi medico primario al San Giovanni.
Ma il vero volo lo spiccò Lorenzino Necci, destinato a diventare un grande economista e un uomo di riguardo anche nel mondo politico nelle file del partito repubblicano. Negli anni 70-80 Necci ebbe importanti incarichi all'ENI e alle Ferrovie dello Stato, e venne molto stimato nell'ambito della Comunità Economica Europea.
Ricordo che una grande giornalista inglese lo definì il nuovo "Lorenzo il Magnifico" del Duemila, e la sua immagine aveva spesso l'onore delle prime pagine e delle copertine dei grandi periodici.
Purtroppo per Lorenzino ci fu un brutto epilogo, coinvolto nello scandalo di "Mani Pulite", di cui finì per scontare più ingiustamente e più duramente di tutti le responsabilità, forse per la sua posizione politicamente defilata, né di destra né di sinistra, o forse perchè il partito che avrebbe dovuto difenderlo era troppo minuscolo.
La riabilitazione di Lorenzino si é verificata purtroppo solo dopo la morte, avvenuta tragicamente, ed anche un po' misteriosamente, mentre percorreva in bicicletta il viale di una cittadina pugliese dove era in vacanza. Solo allora sono state spese altre pagine di celebrazione e di rimpianto per un personaggio tanto quotato a livello europeo e mondiale.
Per un anno, quel 1950, io e Lorenzino viaggiammo insieme su quel vecchio trenino. Un po' eravamo amici e un po' anche parenti, perché le nostre rispettive madri, Geltrude e Maria, erano cugine, accomunate da anni e anni di difficoltà economiche dopo la morte dei rispettivi mariti, e mantenevano rapporti di buon vicinato anche a Roma, dove abitavamo nei pressi di Piazza Bologna.
Lorenzino era senza dubbio già allora, ancora ragazzino, al centro dell'attenzione per la sua intelligenza vivissima e per i suoi modi affabili, che sempre lo distinsero e ne favorirono l'ascesa, con una fantastica carriera di avvocato, che seppe sfruttare per emergere in una ancor più grande carriera politica ed economica, purtroppo conclusa in modo così doloroso e prematuro. Era appena sessantenne, e avrebbe potuto dare ancora molto alle nostre grandi opere pubbliche, come la TAV, il treno veloce europeo, di cui fu l'ideatore ed il primo realizzatore.
Eh, già! Dal trenino lumaca di Fiuggi alla TAV nel giro di venti anni (continua).
Quell'anno viaggiai tutti i giorni col trenino Roma-Fiuggi-Alatri, e frequentai il ginnasio al Conti Gentili di Alatri, uno dei licei più seri e impegnativi della Ciociaria.
Il trenino aveva ripreso servizio da un paio d'anni, ed era lento ma preciso come un cronometro. Eravamo una cinquantina di studenti di Acuto, ce n'erano molti anche delle professionali. A questi si aggiungevano altri, di Fiuggi e dei paesi successivi fino ad Alatri.
A risalire la strada in forte pendenza verso la cittadina ciociara, importante centro di studi, eravamo circa duecento. Eravamo tutti amici, e c'erano anche parecchie ragazze, specialmente di Fiuggi: Albarosa, Lisotta, Piozza...
Colui che spiccava, sia per il suo fisico da normanno, occhi azzurri, capelli biondi, carnagione chiarissima, sia per le sue spiccate attitudini agli studi matematici, era Lorenzino Necci, i cui genitori erano entrambi di Acuto, ma risiedevano ormai da decenni nella cittadina termale, dove Lorenzo era nato. Con lui, che aveva solo quattordici anni ed era un esordiente al ginnasio, viaggiava la sorella maggiore Albarosa, che di anni ne aveva diciassette ed era in classe con me, e che finì per sposare il suo compagno di banco Angelo Mosetti, divenuto poi medico primario al San Giovanni.
Ma il vero volo lo spiccò Lorenzino Necci, destinato a diventare un grande economista e un uomo di riguardo anche nel mondo politico nelle file del partito repubblicano. Negli anni 70-80 Necci ebbe importanti incarichi all'ENI e alle Ferrovie dello Stato, e venne molto stimato nell'ambito della Comunità Economica Europea.
Ricordo che una grande giornalista inglese lo definì il nuovo "Lorenzo il Magnifico" del Duemila, e la sua immagine aveva spesso l'onore delle prime pagine e delle copertine dei grandi periodici.
Purtroppo per Lorenzino ci fu un brutto epilogo, coinvolto nello scandalo di "Mani Pulite", di cui finì per scontare più ingiustamente e più duramente di tutti le responsabilità, forse per la sua posizione politicamente defilata, né di destra né di sinistra, o forse perchè il partito che avrebbe dovuto difenderlo era troppo minuscolo.
La riabilitazione di Lorenzino si é verificata purtroppo solo dopo la morte, avvenuta tragicamente, ed anche un po' misteriosamente, mentre percorreva in bicicletta il viale di una cittadina pugliese dove era in vacanza. Solo allora sono state spese altre pagine di celebrazione e di rimpianto per un personaggio tanto quotato a livello europeo e mondiale.
Per un anno, quel 1950, io e Lorenzino viaggiammo insieme su quel vecchio trenino. Un po' eravamo amici e un po' anche parenti, perché le nostre rispettive madri, Geltrude e Maria, erano cugine, accomunate da anni e anni di difficoltà economiche dopo la morte dei rispettivi mariti, e mantenevano rapporti di buon vicinato anche a Roma, dove abitavamo nei pressi di Piazza Bologna.
Lorenzino era senza dubbio già allora, ancora ragazzino, al centro dell'attenzione per la sua intelligenza vivissima e per i suoi modi affabili, che sempre lo distinsero e ne favorirono l'ascesa, con una fantastica carriera di avvocato, che seppe sfruttare per emergere in una ancor più grande carriera politica ed economica, purtroppo conclusa in modo così doloroso e prematuro. Era appena sessantenne, e avrebbe potuto dare ancora molto alle nostre grandi opere pubbliche, come la TAV, il treno veloce europeo, di cui fu l'ideatore ed il primo realizzatore.
Eh, già! Dal trenino lumaca di Fiuggi alla TAV nel giro di venti anni (continua).
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giovedì 5 agosto 2010
Le tre dita di Bersaglia - I miei ricordi 96
Tonino, tra i nostri amici, era un tipo molto intraprendente: questo spiega il suo nome di Bersaglia, il bersagliere.
Se c'era un'avventura da inventare, una situazione critica a cui far fronte, un compito particolarmente difficile da risolvere, puoi star sicuro che lo trovavi in prima fila.
Tonino era più giovane di due o tre anni rispetto all'età media del gruppo, ma assolutamente questo non era uno svantaggio per lui, che trovava sempre il modo di farsi notare.
Eppure il povero Bersaglia aveva esordito in modo drammatico nell'attività di gioco. Avrà avuto al massimo sei anni quando, rovistando fra i sassi nei dintorni del paese, aveva rinvenuto una specie di penna stilografica. La guerra era appena finita. Ritrovamenti di questo genere erano consueti, ma sapevamo che erano pericolosi, piccoli ordigni esplosivi per intimorire la popolazione.
Ma Tonino era ancora troppo piccolo per conoscere questa dura regola, e volle provare a manovrare la penna. Ci fu un'esplosione potente, che gli annebbiò la vista e lo fece svenire. Al suo risveglio, si accorse di essere ferito alla mano, che sanguinava orrendamente, e che tre dita della mano destra, indice, medio e anulare, erano partite irrimediabilmente.
Ma Tonino aveva un coraggio incredibile, e non si abbatté per la brutta disavventura. Con la mano così ridotta, avendo una buona prensilità fra pollice e mignolo, riuscì praticamente a far tutto, e bene, perfino a scrivere, appoggiando la penna nell'incavo del pollice, per tutti e cinque gli anni della scuola elementare, e anche per il futuro.
Tonino Bersaglia, a maggior ragione, continuò a meritare il suo soprannome di Bersagliere, sempre primo per ogni avventura, coraggioso e qualche volta irresponsabile.
Aveva un fisico robusto e nello stesso tempo agile, riusciva a infilarsi anche nei luoghi più inaccessibili, e fungeva da avanguardia in tutti i nostri giochi più avventurosi. Quel tremendo infortunio, ultimo residuo della durissima guerra, non lo aveva minimamente scalfito.
Giocava a pallone con vera abilità, era un mediano ricco d'inventiva, avrebbe forse potuto anche riuscire, ma il padre, Angelino, che era l'elettricista del Comune, riuscì a trovargli subito un posto di lavoro, e così Tonino, piano piano, si ritirò un po' dalla nostra banda, e soltanto l'estate, per le vacanze, tornava a inserirsi nel gruppo e a far capire che, se se ne era staccato, era stato soltanto per necessità familiari. Il padre, in paese, era noto per la sua severità, e così pure la moglie e tutto il notevole plotone dei figli, maschi e femmine, che da soli riuscivano ad animare l'intera Piazza della Corte.
Tonino Bersaglia, comunque, con tutto il suo handicap, riuscì sempre ad emergere per dinamismo e intraprendenza sull'intero gruppo familiare degli Attura (continua).
Se c'era un'avventura da inventare, una situazione critica a cui far fronte, un compito particolarmente difficile da risolvere, puoi star sicuro che lo trovavi in prima fila.
Tonino era più giovane di due o tre anni rispetto all'età media del gruppo, ma assolutamente questo non era uno svantaggio per lui, che trovava sempre il modo di farsi notare.
Eppure il povero Bersaglia aveva esordito in modo drammatico nell'attività di gioco. Avrà avuto al massimo sei anni quando, rovistando fra i sassi nei dintorni del paese, aveva rinvenuto una specie di penna stilografica. La guerra era appena finita. Ritrovamenti di questo genere erano consueti, ma sapevamo che erano pericolosi, piccoli ordigni esplosivi per intimorire la popolazione.
Ma Tonino era ancora troppo piccolo per conoscere questa dura regola, e volle provare a manovrare la penna. Ci fu un'esplosione potente, che gli annebbiò la vista e lo fece svenire. Al suo risveglio, si accorse di essere ferito alla mano, che sanguinava orrendamente, e che tre dita della mano destra, indice, medio e anulare, erano partite irrimediabilmente.
Ma Tonino aveva un coraggio incredibile, e non si abbatté per la brutta disavventura. Con la mano così ridotta, avendo una buona prensilità fra pollice e mignolo, riuscì praticamente a far tutto, e bene, perfino a scrivere, appoggiando la penna nell'incavo del pollice, per tutti e cinque gli anni della scuola elementare, e anche per il futuro.
Tonino Bersaglia, a maggior ragione, continuò a meritare il suo soprannome di Bersagliere, sempre primo per ogni avventura, coraggioso e qualche volta irresponsabile.
Aveva un fisico robusto e nello stesso tempo agile, riusciva a infilarsi anche nei luoghi più inaccessibili, e fungeva da avanguardia in tutti i nostri giochi più avventurosi. Quel tremendo infortunio, ultimo residuo della durissima guerra, non lo aveva minimamente scalfito.
Giocava a pallone con vera abilità, era un mediano ricco d'inventiva, avrebbe forse potuto anche riuscire, ma il padre, Angelino, che era l'elettricista del Comune, riuscì a trovargli subito un posto di lavoro, e così Tonino, piano piano, si ritirò un po' dalla nostra banda, e soltanto l'estate, per le vacanze, tornava a inserirsi nel gruppo e a far capire che, se se ne era staccato, era stato soltanto per necessità familiari. Il padre, in paese, era noto per la sua severità, e così pure la moglie e tutto il notevole plotone dei figli, maschi e femmine, che da soli riuscivano ad animare l'intera Piazza della Corte.
Tonino Bersaglia, comunque, con tutto il suo handicap, riuscì sempre ad emergere per dinamismo e intraprendenza sull'intero gruppo familiare degli Attura (continua).
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martedì 3 agosto 2010
La caduta dal muretto - I miei ricordi 95
Mio cugino Pacifico studiava in collegio a Roma proprio durante gli anni di guerra, dal 40 al 45, dagli undici anni fino ai sedici. Perciò non lo vedevamo spesso, se non nei brevi periodi di vacanza.
Era un po' più grande di me e di mio fratello Silvestro, ma non tanto da non giocare più di una volta a pallone con noi. Aveva i capelli nerissimi come tutti i figli di zia Maria, e un fisico robusto.
Davanti alla casa di zia Maria si apriva il vicolo di San Nicola, con un muretto alto quasi un metro, al disotto del quale sporgevano delle rocce piuttosto acuminate. Un giorno Pacifico - poteva avere sui quattordici anni - forse in una pausa dopo l'ora di pranzo, si addormentò su quell'invitante muretto riscaldato da un sole primaverile, e rigirandosi nel sonno si ritrovò due metri più in basso, proprio su quelle rocce appuntite.
Al suo urlo, le sorelle più grandi accorsero, e lo ritrovarono a terra, con la testa vistosamente sanguinante da tre o quattro punti. Per fortuna le ferite non erano né vaste né profonde, e se la cavò con una grandissima paura e con tante di quelle cicatrici che nei primi tempi facevano somigliare la sua testa a un orticello di guerra. Poi la folta capigliatura nera prese il sopravvento su tutte le cicatrici, e non rimase che un piccolo dubbio: non vi sarebbero state conseguenze di tipo psicologico per tutte quelle dolorose ferite al cranio?
Il dubbio fu presto risolto. Pacifico, proseguendo i suoi studi in collegio a Roma, superò senza problemi prima il ginnasio e poi il liceo, e finalmente si iscrisse all'Università, proprio alla facoltà di medicina, quasi a volersi assicurare delle sue piene capacità mentali e delle sue risorse psicofisiche.
Un'ottima riuscita, la sua. Pacifico fu uno studente modello, e non pesò neanche troppo sulla sua famiglia, poiché studiò sempre nelle biblioteche dell'università con i testi più impegnativi, e superò tutti gli esami con ottimi risultati.
Pacifico studiò in modo approfondito medicina generale, e cominciò ad sercitare come medico di base fin dai trent'anni, cioè dal 1959 in poi, per più di quarant'anni, nella popolare Borgata Ottavia a Roma, prima ospite della sorella Elda, che abitava in via Mocenigo sotto le mura vaticane, e poi sposo e padre felice con i due figli che ne hanno seguito le orme in campo medico.
Una bella storia, la sua, emblematica per un ragazzo di paese di condizioni economiche non elevate, che un giorno rimase ferito seriamenter al capo, e volle dimostrare a tutti che con la buona volontà si può vincere ogni difficoltà, superare ogni ostacolo, essere vincitore in ogni campo, sposare una brava e affezionata collega ed avere due figli, un maschio e una femmina, eccellenti medici anche loro.
Forse a quella brutta ferita sulle rocce Pacifico non pensò più per trutta la sua vita, protrattasi fino alla soglia degli ottant' anni, amatissimo dai suoi pazienti della Borgata Ottavia. Ma a noi, che eravamo bambini, rimase sempre presente nel nostro ricordo, completando la nostra ammirazione per questo cugino così bravo (continua).
Era un po' più grande di me e di mio fratello Silvestro, ma non tanto da non giocare più di una volta a pallone con noi. Aveva i capelli nerissimi come tutti i figli di zia Maria, e un fisico robusto.
Davanti alla casa di zia Maria si apriva il vicolo di San Nicola, con un muretto alto quasi un metro, al disotto del quale sporgevano delle rocce piuttosto acuminate. Un giorno Pacifico - poteva avere sui quattordici anni - forse in una pausa dopo l'ora di pranzo, si addormentò su quell'invitante muretto riscaldato da un sole primaverile, e rigirandosi nel sonno si ritrovò due metri più in basso, proprio su quelle rocce appuntite.
Al suo urlo, le sorelle più grandi accorsero, e lo ritrovarono a terra, con la testa vistosamente sanguinante da tre o quattro punti. Per fortuna le ferite non erano né vaste né profonde, e se la cavò con una grandissima paura e con tante di quelle cicatrici che nei primi tempi facevano somigliare la sua testa a un orticello di guerra. Poi la folta capigliatura nera prese il sopravvento su tutte le cicatrici, e non rimase che un piccolo dubbio: non vi sarebbero state conseguenze di tipo psicologico per tutte quelle dolorose ferite al cranio?
Il dubbio fu presto risolto. Pacifico, proseguendo i suoi studi in collegio a Roma, superò senza problemi prima il ginnasio e poi il liceo, e finalmente si iscrisse all'Università, proprio alla facoltà di medicina, quasi a volersi assicurare delle sue piene capacità mentali e delle sue risorse psicofisiche.
Un'ottima riuscita, la sua. Pacifico fu uno studente modello, e non pesò neanche troppo sulla sua famiglia, poiché studiò sempre nelle biblioteche dell'università con i testi più impegnativi, e superò tutti gli esami con ottimi risultati.
Pacifico studiò in modo approfondito medicina generale, e cominciò ad sercitare come medico di base fin dai trent'anni, cioè dal 1959 in poi, per più di quarant'anni, nella popolare Borgata Ottavia a Roma, prima ospite della sorella Elda, che abitava in via Mocenigo sotto le mura vaticane, e poi sposo e padre felice con i due figli che ne hanno seguito le orme in campo medico.
Una bella storia, la sua, emblematica per un ragazzo di paese di condizioni economiche non elevate, che un giorno rimase ferito seriamenter al capo, e volle dimostrare a tutti che con la buona volontà si può vincere ogni difficoltà, superare ogni ostacolo, essere vincitore in ogni campo, sposare una brava e affezionata collega ed avere due figli, un maschio e una femmina, eccellenti medici anche loro.
Forse a quella brutta ferita sulle rocce Pacifico non pensò più per trutta la sua vita, protrattasi fino alla soglia degli ottant' anni, amatissimo dai suoi pazienti della Borgata Ottavia. Ma a noi, che eravamo bambini, rimase sempre presente nel nostro ricordo, completando la nostra ammirazione per questo cugino così bravo (continua).
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domenica 1 agosto 2010
La compagnia di Silver Scialla - I miei ricordi 94
Prima di chiudere definitivamente il cinema che aveva aperto con tante speranze e tanto dispendio economico, il professor Martucci, figura caratteristica della cultura ad Acuto negli anni dell'immediato dopoguerra, volle cimentarsi anche con il teatro.
Era ovviamente un tentativo senza speranze, perché la popolazione del paese si era ridotta da tremila a millecinquecento abitanti, e con tutto l'amore per il teatro, che indubbiamente c'era, uno spettacolo di prosa non avrebbe potuto tenere più di una settimana.
Infatti, fu così. In paese era arrivata una compagnia teatrale, una specie di carro di Tespi, con un pullmino malridotto e una vistosa insegna: "La compagnia di Silver Scialla".
Si accamparono nel giardino retrostante al locale del cinema, e anzi il professore concesse loro l'uso di parte dell'abitazione personale, che costituiva tutto l'investimento dei risparmi delle lezioni private d'italiano e filosofia durate almeno venti anni.
La compagnia era guidata da un capocomico pieno di entusiasmo e d'idee: Silver Scialla, appunto, arrivato da qualche provincia del Sud col suo codazzo di attori e attrici di ogni età e condizione civile. Le prime uscite ricalcarono i consueti spettacoli del varietà, con situazioni e battute un po' logore, che comunque furono accolte con simpatia. Il pubblico, dati anche i prezzi molto popolari, accorreva con discreto interesse.
Anche gli spettatori erano di tutte le età, dai bambini più piccoli agli anziani più attempati e impensati. Ma dopo due o tre serate, il pubblico cominciò a diradarsi.
Allora Silver Scialla, prima di arrendersi, ebbe l'audacia di organizzare un autentico
spettacolo sulla Passione di Cristo, in costumi d'epoca, e soprattutto col nudo quasi integrale della figura del Salvatore, con la flagellazione, l'orto del Getsemani, il tradimento e il bacio di Giuda, e la crocifissione.
Silver Scialla era ancora giovane, e il suo fisico statuario, messo in evidenza dai tormenti della Croce, finì per impressionare il pubblico, che si commosse e l'applaudì ripetutamente, non senza turbamento per gli adulti, del tutto impreparati a una scena così dissacrante. I commenti oscillarono tra lo scandalo e l'ammirazione. I bambini invece accettarono il nudo come un fatto normale.
Silver Scialla rappresentò l'audacia del nudo quasi integrale in un piccolo teatro di provincia, e quasi quasi precorse i tempi di altre audacie da palcoscenico.
Quando il capocomico andò via dal paese, poiché ormai aveva dato tutto e non aveva più nulla nel suo repertorio, la gente si dispiacque e volle salutarlo con grande affetto. Un saluto quasi commovente. E il nome di Silver Scialla rimase vivo tra la gente almeno per un decennio.
Poi il cinema-teatro chiuse per sempre. Si trasformò pian piano in una villa con giardino, nella cui solitudine il professor Martucci visse gli ultimi anni della sua vita dedicata alla cultura quasi con misticismo. Era infatti sostenitore della filosofia teosofica, alla quale aveva aderito con la fede di un vero apostolo che cercava anche altri sostenitori della sua teoria.
Ma anche alla gente più semplice aveva voluto lasciare il ricordo di serate dedicate al cinema e a spettacoli come quelli dell'indimenticabile Silver Scialla (continua).
Era ovviamente un tentativo senza speranze, perché la popolazione del paese si era ridotta da tremila a millecinquecento abitanti, e con tutto l'amore per il teatro, che indubbiamente c'era, uno spettacolo di prosa non avrebbe potuto tenere più di una settimana.
Infatti, fu così. In paese era arrivata una compagnia teatrale, una specie di carro di Tespi, con un pullmino malridotto e una vistosa insegna: "La compagnia di Silver Scialla".
Si accamparono nel giardino retrostante al locale del cinema, e anzi il professore concesse loro l'uso di parte dell'abitazione personale, che costituiva tutto l'investimento dei risparmi delle lezioni private d'italiano e filosofia durate almeno venti anni.
La compagnia era guidata da un capocomico pieno di entusiasmo e d'idee: Silver Scialla, appunto, arrivato da qualche provincia del Sud col suo codazzo di attori e attrici di ogni età e condizione civile. Le prime uscite ricalcarono i consueti spettacoli del varietà, con situazioni e battute un po' logore, che comunque furono accolte con simpatia. Il pubblico, dati anche i prezzi molto popolari, accorreva con discreto interesse.
Anche gli spettatori erano di tutte le età, dai bambini più piccoli agli anziani più attempati e impensati. Ma dopo due o tre serate, il pubblico cominciò a diradarsi.
Allora Silver Scialla, prima di arrendersi, ebbe l'audacia di organizzare un autentico
spettacolo sulla Passione di Cristo, in costumi d'epoca, e soprattutto col nudo quasi integrale della figura del Salvatore, con la flagellazione, l'orto del Getsemani, il tradimento e il bacio di Giuda, e la crocifissione.
Silver Scialla era ancora giovane, e il suo fisico statuario, messo in evidenza dai tormenti della Croce, finì per impressionare il pubblico, che si commosse e l'applaudì ripetutamente, non senza turbamento per gli adulti, del tutto impreparati a una scena così dissacrante. I commenti oscillarono tra lo scandalo e l'ammirazione. I bambini invece accettarono il nudo come un fatto normale.
Silver Scialla rappresentò l'audacia del nudo quasi integrale in un piccolo teatro di provincia, e quasi quasi precorse i tempi di altre audacie da palcoscenico.
Quando il capocomico andò via dal paese, poiché ormai aveva dato tutto e non aveva più nulla nel suo repertorio, la gente si dispiacque e volle salutarlo con grande affetto. Un saluto quasi commovente. E il nome di Silver Scialla rimase vivo tra la gente almeno per un decennio.
Poi il cinema-teatro chiuse per sempre. Si trasformò pian piano in una villa con giardino, nella cui solitudine il professor Martucci visse gli ultimi anni della sua vita dedicata alla cultura quasi con misticismo. Era infatti sostenitore della filosofia teosofica, alla quale aveva aderito con la fede di un vero apostolo che cercava anche altri sostenitori della sua teoria.
Ma anche alla gente più semplice aveva voluto lasciare il ricordo di serate dedicate al cinema e a spettacoli come quelli dell'indimenticabile Silver Scialla (continua).
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venerdì 30 luglio 2010
La bottega di zia Maria - I miei ricordi 93
La bottega di zia Maria, quindici metri più in là di piazza San Nicola, era l'ultima risorsa del paese verso la parte più antica, quel quartiere di San Pietro che era un dedalo di vicoli e di case antichissime, senza alcuna concessione alla modernità.
Era una bottega piccola e ben tenuta, quattro metri di larghezza per sei di lunghezza, una finestra ad altezza di persona, due banconi ad angolo, una parete coperta di scaffali, una bella bilancia di brillante ottone a due piatti.
C'era una povertà estrema, in quegli anni di guerra, e se ne avevano prove continue. Zia Maria riusciva a venire incontro anche alle richieste più esigue: mezz'etto di marmellata, due etti di spaghetti, due alici. Moneta ne circolava pochissima, e la povera gente, prima di staccarsi anche da un soldino, se lo girava per le mani più di una volta. Del resto, i viveri cominciavano a scarseggiare, c'era il tesseramento, i rifornimenti diventavano ogni giorno più difficili.
Ricordo che l'emergenza del sale fu la più dolorosa. Fummo costretti a mangiare cibi sempre più insipidi e di peggiore qualità. L'ultima riserva di sale, per zia Maria, fu quella delle aringhe, che vennero dissalate accuratamente, e il resto, raccolto in una specie di botticella, venne rivenduto in piccolissime quantità, con il cucchiaino, come si trattasse di un genere di lusso.
Proprio alici e aringhe furono tra le ultime risorse della bottega, e noi bambini le consideravamo delle vere squisitezze, e ce le contendevamo per le nostre ultime merende.
Passò il turbine della guerra, il negozio di zia Maria rimase chiuso per alcuni mesi, e fu proprio quello il periodo più terribile. La gente non sapeva più che cosa mettere in tavola, erano scomparsi anche l'olio e la farina, ci si accontentava delle ultime patate , e fortunati quei contadini che le potevano ancora produrre e ne avevano potuto fare una piccola riserva.
Ricordo la corte spietata che le mie cugine facevano al vecchio contadino Neno e a sua moglie Pasqua quando la sera tornavano dalla campagna con il loro asino, portando con sé prelibatezze come i fichi o le pere, o le fresche verdure che emanavano odori paradisiaci, o anche qualche cesto di patate o di zucchine: meraviglie divenute rare e preziose.
Poi gli alleati ci aiutarono con il loro scatolame, e in qualche modo riuscimmo a sopravvivere con gli aiuti Marshall che venivano dall'America. Wurstel e minestra di piselli in polvere divennero il nostro pasto quotidiano.
Quando riaprì il negozio di zia Maria, fu una felicità per tutto il vecchio quartiere di San Pietro. La moneta di scambio fu costituita dalle Am-lire, carta di piccolo taglio; poi ricomparvero le vecchie monete in centesimi e in mezze lire, e piano piano si tornò alla normalità. Ma da zia Maria le richieste base rimasero il mezz'etto di marmellata e i due etti di spaghetti, che venivano avvolti in una grezza carta gialla di paglia.
Io entravo spesso nel negozio di zia Maria. Facevo compagnia alle mie due cugine Maria Luigia e Maria Pia, che davano spesso una mano alla madre.
Ricordo i barattoli di cetrato e quelli delle caramelle vendute sfuse, delle drops per lo più senza involucro, o delle liquirizie, piccole ghiottonerie, e quella alice che, divisa in due per lunghezza, costituiva la nostra gustosa merenda con una fetta di pane condita con un po' d'olio d'oliva.
Ma già si tornava a respirare, dopo quegli orribili quattro anni di guerra. Il negozio di zia Maria si riprese e tornò a fiorire, qualche moneta in più cominciava a rivedersi anche nel poverissimo quartiere di San Pietro, e la gente tornava a vivere e a sorridere come se niente di brutto e di cattivo fosse mai accaduto (continua).
Era una bottega piccola e ben tenuta, quattro metri di larghezza per sei di lunghezza, una finestra ad altezza di persona, due banconi ad angolo, una parete coperta di scaffali, una bella bilancia di brillante ottone a due piatti.
C'era una povertà estrema, in quegli anni di guerra, e se ne avevano prove continue. Zia Maria riusciva a venire incontro anche alle richieste più esigue: mezz'etto di marmellata, due etti di spaghetti, due alici. Moneta ne circolava pochissima, e la povera gente, prima di staccarsi anche da un soldino, se lo girava per le mani più di una volta. Del resto, i viveri cominciavano a scarseggiare, c'era il tesseramento, i rifornimenti diventavano ogni giorno più difficili.
Ricordo che l'emergenza del sale fu la più dolorosa. Fummo costretti a mangiare cibi sempre più insipidi e di peggiore qualità. L'ultima riserva di sale, per zia Maria, fu quella delle aringhe, che vennero dissalate accuratamente, e il resto, raccolto in una specie di botticella, venne rivenduto in piccolissime quantità, con il cucchiaino, come si trattasse di un genere di lusso.
Proprio alici e aringhe furono tra le ultime risorse della bottega, e noi bambini le consideravamo delle vere squisitezze, e ce le contendevamo per le nostre ultime merende.
Passò il turbine della guerra, il negozio di zia Maria rimase chiuso per alcuni mesi, e fu proprio quello il periodo più terribile. La gente non sapeva più che cosa mettere in tavola, erano scomparsi anche l'olio e la farina, ci si accontentava delle ultime patate , e fortunati quei contadini che le potevano ancora produrre e ne avevano potuto fare una piccola riserva.
Ricordo la corte spietata che le mie cugine facevano al vecchio contadino Neno e a sua moglie Pasqua quando la sera tornavano dalla campagna con il loro asino, portando con sé prelibatezze come i fichi o le pere, o le fresche verdure che emanavano odori paradisiaci, o anche qualche cesto di patate o di zucchine: meraviglie divenute rare e preziose.
Poi gli alleati ci aiutarono con il loro scatolame, e in qualche modo riuscimmo a sopravvivere con gli aiuti Marshall che venivano dall'America. Wurstel e minestra di piselli in polvere divennero il nostro pasto quotidiano.
Quando riaprì il negozio di zia Maria, fu una felicità per tutto il vecchio quartiere di San Pietro. La moneta di scambio fu costituita dalle Am-lire, carta di piccolo taglio; poi ricomparvero le vecchie monete in centesimi e in mezze lire, e piano piano si tornò alla normalità. Ma da zia Maria le richieste base rimasero il mezz'etto di marmellata e i due etti di spaghetti, che venivano avvolti in una grezza carta gialla di paglia.
Io entravo spesso nel negozio di zia Maria. Facevo compagnia alle mie due cugine Maria Luigia e Maria Pia, che davano spesso una mano alla madre.
Ricordo i barattoli di cetrato e quelli delle caramelle vendute sfuse, delle drops per lo più senza involucro, o delle liquirizie, piccole ghiottonerie, e quella alice che, divisa in due per lunghezza, costituiva la nostra gustosa merenda con una fetta di pane condita con un po' d'olio d'oliva.
Ma già si tornava a respirare, dopo quegli orribili quattro anni di guerra. Il negozio di zia Maria si riprese e tornò a fiorire, qualche moneta in più cominciava a rivedersi anche nel poverissimo quartiere di San Pietro, e la gente tornava a vivere e a sorridere come se niente di brutto e di cattivo fosse mai accaduto (continua).
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martedì 27 luglio 2010
La pranoterapeuta - I miei ricordi 92
Giggia Cutinitto era una formidabile pranoterapeuta. Era una donna grande e robusta, tipo Ave Ninchi; abitava al portone successivo a casa mia, su via Vittorio Emanuele, ed era un'ottima vicina di casa. Sua figlia Liliana, una ragazza bruna molto elegante e raffinata, già lavorava a Roma, ed era grande amica di mia sorella maggiore, Isola. Anche il primogenito, Filippo, era molto affiatato con il nostro primogenito, Vito.
Chissà chi le aveva dato quel dono, a Giggia: qualunque slogatura, qualunque distorsione, qualunque strappo, sottoposto alla magica cura delle sue mani, dopo alcuni minuti di attenta ricerca muscolare, si concludeva con un urlo bestiale. Ma più bestiale era l'urlo, più immediata era la guarigione.
Medici, al mio paese, ce n'erano pochi. Il medico condotto, dottor Vellucci, era bravo e popolare, ma non aveva certo le mani taumaturgiche di Giggia, alla quale il campo dell'infortunistica spicciola veniva lasciato completamente libero.
Una volta capitò a mio fratello Silvestro, uno scavezzacollo di primissima qualità: caduto da un albero, si era infortunato in modo serio alla caviglia destra, e non riusciva più a camminare.
Lo portarono, zoppicon zoppiconi, direttamente da Giggia, anche perché le scale di casa nostra erano talmente ripide che certamente non sarebbe riuscito a salirle.
Invece Giggia, proprio lì accanto a noi, era a pian terreno, e subito si mise all'opera, insensibile agli urli di dolore di Silvestro. Comunque, con la prodigiosa ricerca delle sue mani, lei riuscì subito a individuare il nervo che era andato fuori posto, e cominciò a massaggiarlo dolcemente per qualche minuto, inducendo alla calma e alla fiducia il paziente.
Poi, quando ritenne giunto il momento opportuno, riuscì a distrarre mio fratello, e, con un tocco secco e rapido, seguito dall'atteso, intenso urlo di dolore, riuscì a rimettere il nervo al suo posto.
- Ora riposati un poco - gli disse - e poi potrai ritornare a fare il diavolo a quattro come piace a te -
Mio fratello non credeva ai suoi occhi, ma era davvero guarito. Poteva poggiare bene la caviglia a terra e avvertiva appena appena un piccolo fastidio, del tutto sopportabile.
Il bello di Giggia era che non voleva nulla in cambio del suo intervento liberatore; le bastava la sola gloria del successo e l'ampliamento della sua fama di manipolatrice infallibile.
In qualche modo si trovava sempre come farle un pensierino di ringraziamento: ma questa è una prassi normale di buon vicinato, e chi ha qualcosa di personale da offrire non sta lì a guardare, se è un cesto di fichi freschi o una ricotta di giornata, come capitava allora in paese ed è oggi un po' più difficile anche nei piccoli centri, dove sono arrivati i grandi magazzini, ed è praticamente scomparsa la produzione agricola familiare.
E poi, diciamo la verità: chi si affiderebbe più a una vicina di casa per guarire da un infortunio, con tutte le cure mediche oggi facilmente raggiungibili?
Eppure, era talmente brava Giggia Cutinitto a farti guarire in cinque minuti, da indurti a pensare a un dono personale prodigioso, alla cui efficacia non si poteva resistere (continua).
Chissà chi le aveva dato quel dono, a Giggia: qualunque slogatura, qualunque distorsione, qualunque strappo, sottoposto alla magica cura delle sue mani, dopo alcuni minuti di attenta ricerca muscolare, si concludeva con un urlo bestiale. Ma più bestiale era l'urlo, più immediata era la guarigione.
Medici, al mio paese, ce n'erano pochi. Il medico condotto, dottor Vellucci, era bravo e popolare, ma non aveva certo le mani taumaturgiche di Giggia, alla quale il campo dell'infortunistica spicciola veniva lasciato completamente libero.
Una volta capitò a mio fratello Silvestro, uno scavezzacollo di primissima qualità: caduto da un albero, si era infortunato in modo serio alla caviglia destra, e non riusciva più a camminare.
Lo portarono, zoppicon zoppiconi, direttamente da Giggia, anche perché le scale di casa nostra erano talmente ripide che certamente non sarebbe riuscito a salirle.
Invece Giggia, proprio lì accanto a noi, era a pian terreno, e subito si mise all'opera, insensibile agli urli di dolore di Silvestro. Comunque, con la prodigiosa ricerca delle sue mani, lei riuscì subito a individuare il nervo che era andato fuori posto, e cominciò a massaggiarlo dolcemente per qualche minuto, inducendo alla calma e alla fiducia il paziente.
Poi, quando ritenne giunto il momento opportuno, riuscì a distrarre mio fratello, e, con un tocco secco e rapido, seguito dall'atteso, intenso urlo di dolore, riuscì a rimettere il nervo al suo posto.
- Ora riposati un poco - gli disse - e poi potrai ritornare a fare il diavolo a quattro come piace a te -
Mio fratello non credeva ai suoi occhi, ma era davvero guarito. Poteva poggiare bene la caviglia a terra e avvertiva appena appena un piccolo fastidio, del tutto sopportabile.
Il bello di Giggia era che non voleva nulla in cambio del suo intervento liberatore; le bastava la sola gloria del successo e l'ampliamento della sua fama di manipolatrice infallibile.
In qualche modo si trovava sempre come farle un pensierino di ringraziamento: ma questa è una prassi normale di buon vicinato, e chi ha qualcosa di personale da offrire non sta lì a guardare, se è un cesto di fichi freschi o una ricotta di giornata, come capitava allora in paese ed è oggi un po' più difficile anche nei piccoli centri, dove sono arrivati i grandi magazzini, ed è praticamente scomparsa la produzione agricola familiare.
E poi, diciamo la verità: chi si affiderebbe più a una vicina di casa per guarire da un infortunio, con tutte le cure mediche oggi facilmente raggiungibili?
Eppure, era talmente brava Giggia Cutinitto a farti guarire in cinque minuti, da indurti a pensare a un dono personale prodigioso, alla cui efficacia non si poteva resistere (continua).
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domenica 25 luglio 2010
Il derby delle osterie - I miei ricordi 91
Nannetta contro Peppinella: questo era il gran derby delle osterie di Acuto.
Ma che osterie: materiale di lusso! Sempre piene come un uovo. Il vino, ad Acuto, è ottimo: quello bianco più di quello rosso cesanese. Il vino bianco di Acuto, leggero e aromatico, batte il rosso cesanese di Piglio, è più adatto per le osterie, il cesanese è troppo pesante.
E poi i locali: freschi da non credere in estate, ben riparati in inverno. Nannetta si spalancava col suo grottino proprio ai piedi della gran torre rotonda del castello, alle soglie di piazza Margherita, dirimpetto a Santa Maria: una bella visuale sull'Arco della Porta e sul lungo itinerario del Borgo. Posizione invidiabile, quasi nobiliare: del resto Nannetta era di ottima famiglia, i De Grandi, una delle migliori del paese. Una donna di mezza età, florida e gioviale, fatta apposta per attirare la clientela. E poi il suo magico grottino, con quelle enormi botti di vino bianco, che spesso anche le famiglie andavano ad acquistare a fiaschi e boccioni.
A Nannetta rispondeva Peppinella Merluzzi, cinquanta metri più giù, quasi a metà del
Borgo. Il locale era più ristretto, ma molto arieggiato, e con un terrazzo andava a sfociare sulla piazza oggi del mercato, allora invece un giardino odoroso di pini e di acacie.
Il vino dominante era sempre il bianco, anche questo delle vigne di famiglia; ma Peppinella aveva una clientela più selezionata, faceva anche pensione, era famosa soprattutto per i suoi minestroni ricchi di verdure e di aromi. I forestieri la preferivano per questo, e anche mio padre, che aveva il suo negozio di stoffe due o tre porte più giù, quando era molto impegnato o faceva tardi finiva per fare il pranzo da Peppinella, a cui era praticamente abbonato. Nannetta rispondeva anche lei con estemporanee bruschette o spaghettate, fettuccine per le grandi occasioni.
Era un derby eno-gastronomico di tutto rilievo, quello fra Nannetta e Peppinella. Un derby dal clima casareccio, quando il paese era vivo e popoloso, quando alberghi e ristoranti avevano un ruolo del tutto marginale e lasciavano via libera a queste manifestazioni paesane di benessere e di allegria.
In paese, infatti, c'erano anche altri locali, compresi quelli improvvisati delle fraschette: un privato che aveva prodotto del vino in sovrabbondanza era autorizzato a rivenderlo aprendo un locale provvisorio all'insegna di una frasca, un verde ramo d'albero, e finché il vino durava si potevano ospitare anche avventori che giocavano a carte, bevevano il loro quartino o facevano la "passatella", un gioco un po' dispettoso che impegnava tutto il gruppo, ed era ugualmente autorizzata la vendita spicciola alle famiglie. Si trattava sempre di ottimi vini, di produzione genuina.
Sotto casa mia ce n'erano due: una grande in via Vittorio Emanuele, e una praticamente a due passi, all'inizio del vicolo Gaudente. Ma raramente si assisteva a spettacoli di gente avvinazzata, perchè si beveva sempre con moderazione, anche perché di moneta spicciola ne circolava poca. E poi quasi tutte le famiglie producevano vino in proprio, sicché in fraschetta o all'osteria ci si incontrava più che altro per farsi una partita a carte o per raccontarsi fatterelli allegri. L'alcoolismo, infatti, ad Acuto praticamente non esisteva o era del tutto marginale.
Certo, allora automobile e patente l'avevano in pochissimi, quasi nessuno, e perciò non garantisco che avrebbero superato indenni l'esame all'etilometro (continua).
Ma che osterie: materiale di lusso! Sempre piene come un uovo. Il vino, ad Acuto, è ottimo: quello bianco più di quello rosso cesanese. Il vino bianco di Acuto, leggero e aromatico, batte il rosso cesanese di Piglio, è più adatto per le osterie, il cesanese è troppo pesante.
E poi i locali: freschi da non credere in estate, ben riparati in inverno. Nannetta si spalancava col suo grottino proprio ai piedi della gran torre rotonda del castello, alle soglie di piazza Margherita, dirimpetto a Santa Maria: una bella visuale sull'Arco della Porta e sul lungo itinerario del Borgo. Posizione invidiabile, quasi nobiliare: del resto Nannetta era di ottima famiglia, i De Grandi, una delle migliori del paese. Una donna di mezza età, florida e gioviale, fatta apposta per attirare la clientela. E poi il suo magico grottino, con quelle enormi botti di vino bianco, che spesso anche le famiglie andavano ad acquistare a fiaschi e boccioni.
A Nannetta rispondeva Peppinella Merluzzi, cinquanta metri più giù, quasi a metà del
Borgo. Il locale era più ristretto, ma molto arieggiato, e con un terrazzo andava a sfociare sulla piazza oggi del mercato, allora invece un giardino odoroso di pini e di acacie.
Il vino dominante era sempre il bianco, anche questo delle vigne di famiglia; ma Peppinella aveva una clientela più selezionata, faceva anche pensione, era famosa soprattutto per i suoi minestroni ricchi di verdure e di aromi. I forestieri la preferivano per questo, e anche mio padre, che aveva il suo negozio di stoffe due o tre porte più giù, quando era molto impegnato o faceva tardi finiva per fare il pranzo da Peppinella, a cui era praticamente abbonato. Nannetta rispondeva anche lei con estemporanee bruschette o spaghettate, fettuccine per le grandi occasioni.
Era un derby eno-gastronomico di tutto rilievo, quello fra Nannetta e Peppinella. Un derby dal clima casareccio, quando il paese era vivo e popoloso, quando alberghi e ristoranti avevano un ruolo del tutto marginale e lasciavano via libera a queste manifestazioni paesane di benessere e di allegria.
In paese, infatti, c'erano anche altri locali, compresi quelli improvvisati delle fraschette: un privato che aveva prodotto del vino in sovrabbondanza era autorizzato a rivenderlo aprendo un locale provvisorio all'insegna di una frasca, un verde ramo d'albero, e finché il vino durava si potevano ospitare anche avventori che giocavano a carte, bevevano il loro quartino o facevano la "passatella", un gioco un po' dispettoso che impegnava tutto il gruppo, ed era ugualmente autorizzata la vendita spicciola alle famiglie. Si trattava sempre di ottimi vini, di produzione genuina.
Sotto casa mia ce n'erano due: una grande in via Vittorio Emanuele, e una praticamente a due passi, all'inizio del vicolo Gaudente. Ma raramente si assisteva a spettacoli di gente avvinazzata, perchè si beveva sempre con moderazione, anche perché di moneta spicciola ne circolava poca. E poi quasi tutte le famiglie producevano vino in proprio, sicché in fraschetta o all'osteria ci si incontrava più che altro per farsi una partita a carte o per raccontarsi fatterelli allegri. L'alcoolismo, infatti, ad Acuto praticamente non esisteva o era del tutto marginale.
Certo, allora automobile e patente l'avevano in pochissimi, quasi nessuno, e perciò non garantisco che avrebbero superato indenni l'esame all'etilometro (continua).
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venerdì 23 luglio 2010
Il popolamento delle Cianfrusche - I miei ricordi 90
Quando la famiglia di zia Maria lasciò la vecchia casa di San Nicola, per andare ad abitare nella nuovissima costruzione in via delle Cianfrusche, fu un vero trauma per me. Ero abituato a quella casa quasi fosse casa mia; i miei cugini Fausto, Elda, Pina, Pacifico, Maria Luigia e Maria Pia erano per me come fratelli, e zia Maria mi voleva bene come a un figlio. No, non potevano tradirmi andando ad abitare così lontano.
Ma come? Loro amavano così tanto San Nicola! Ne erano quasi la bandiera. Senza di loro San Nicola non esisteva più. E poi zia Maria aveva lì quel suo piccolo negozio di alimentari che era una risorsa per tutta la parte antica del paese, da San Pietro fino alla Piazza della Corte. Ci sarebbe voluto un bel coraggio a lasciare quel negozio...
In realtà, la famiglia di zia Maria era ancora una volta la pioniera: stavolta di una specie di migrazione del Far West, nella lontana periferia oltre il Borgo, oltre l'Aia del Muro, oltre l'edificio scolastico, su per le prime balze del monte Serrone: le chiamavano le Caciafrucche, in italiano cianfrusche, forse voleva dire soltanto cespugli spinosi, roveti.
Eppure, di lì a poco, quella fu la zona eletta per le nuove costruzioni di Acuto. Lì sorse l'albergo La Panoramica, lì alcune villette isolate, poi costruzioni più massicce, veri palazzetti ove andò ad abitare in estate anche mio fratello Vito con la moglie Angela e i figli Federico e Ilaria, loro che venivano dalle zone aristocratiche di Roma.
Lì sorse anche la prima fucina del famoso ristorante "Le Colline Ciociare" di Salvatore Tassa, spostatosi negli anni successivi sulla statale 155 di Fiuggi.
Insomma, era stata una scelta felice. D'altra parte zia Maria aveva lasciato quella antica casa di San Nicola dove soltanto la sua duttilità e umiltà le avevano consentito di vivere, senza riscaldamenti e in pratica senza impianti idrici e igienici.
Ora sì che potevano vivere a bell'agio, con due piani di costruzione, due appartamenti per i figli, terrazzi, balconi, garage, pergolato e giardino.
Questo voleva dire vivere bene in paese, in ambiente moderno e confortevole, in posizione panoramica. Centinaia di famiglie, negli anni, avrebbero fatto la stessa scelta.
Ma...addio San Nicola, addio vecchia cara piazzetta dei giochi, dei parenti e degli amici vicini, dei ricordi più belli dell'infanzia. Che coraggio barbaro è necessario, talvolta, nella vita, per abbandonare tutte le cose amate, per una scelta necessaria e imprescindibile. Così partivano i pionieri per il Far West, pieni di un coraggio infinito e sicuri di aver fatto la scelta giusta, la via dell'avvenire.
Per un po' mia cugina Pina, sposatasi con il bravissimo Raffaele, un ragazzo siciliano tutto cuore e onestà, tenne ancora la vecchia casa e anche il negozio, e poi anche lei si trasferì in un palazzo moderno ancora più lontano, di fronte alla Chiesa di San Sebastiano e alla grande colonia della Maternità e Infanzia rimasta vuota.
Ormai il paese vecchio si stava sfrangiando, e di esso rimaneva una specie di museo vivente. Anche la nostra famiglia se n'era andata ormai via, trasferita definitivamente nella Capitale.
Almeno zia Maria e quattro dei suoi figli erano rimasti legati per sempre al nostro caro paese (continua).
Ma come? Loro amavano così tanto San Nicola! Ne erano quasi la bandiera. Senza di loro San Nicola non esisteva più. E poi zia Maria aveva lì quel suo piccolo negozio di alimentari che era una risorsa per tutta la parte antica del paese, da San Pietro fino alla Piazza della Corte. Ci sarebbe voluto un bel coraggio a lasciare quel negozio...
In realtà, la famiglia di zia Maria era ancora una volta la pioniera: stavolta di una specie di migrazione del Far West, nella lontana periferia oltre il Borgo, oltre l'Aia del Muro, oltre l'edificio scolastico, su per le prime balze del monte Serrone: le chiamavano le Caciafrucche, in italiano cianfrusche, forse voleva dire soltanto cespugli spinosi, roveti.
Eppure, di lì a poco, quella fu la zona eletta per le nuove costruzioni di Acuto. Lì sorse l'albergo La Panoramica, lì alcune villette isolate, poi costruzioni più massicce, veri palazzetti ove andò ad abitare in estate anche mio fratello Vito con la moglie Angela e i figli Federico e Ilaria, loro che venivano dalle zone aristocratiche di Roma.
Lì sorse anche la prima fucina del famoso ristorante "Le Colline Ciociare" di Salvatore Tassa, spostatosi negli anni successivi sulla statale 155 di Fiuggi.
Insomma, era stata una scelta felice. D'altra parte zia Maria aveva lasciato quella antica casa di San Nicola dove soltanto la sua duttilità e umiltà le avevano consentito di vivere, senza riscaldamenti e in pratica senza impianti idrici e igienici.
Ora sì che potevano vivere a bell'agio, con due piani di costruzione, due appartamenti per i figli, terrazzi, balconi, garage, pergolato e giardino.
Questo voleva dire vivere bene in paese, in ambiente moderno e confortevole, in posizione panoramica. Centinaia di famiglie, negli anni, avrebbero fatto la stessa scelta.
Ma...addio San Nicola, addio vecchia cara piazzetta dei giochi, dei parenti e degli amici vicini, dei ricordi più belli dell'infanzia. Che coraggio barbaro è necessario, talvolta, nella vita, per abbandonare tutte le cose amate, per una scelta necessaria e imprescindibile. Così partivano i pionieri per il Far West, pieni di un coraggio infinito e sicuri di aver fatto la scelta giusta, la via dell'avvenire.
Per un po' mia cugina Pina, sposatasi con il bravissimo Raffaele, un ragazzo siciliano tutto cuore e onestà, tenne ancora la vecchia casa e anche il negozio, e poi anche lei si trasferì in un palazzo moderno ancora più lontano, di fronte alla Chiesa di San Sebastiano e alla grande colonia della Maternità e Infanzia rimasta vuota.
Ormai il paese vecchio si stava sfrangiando, e di esso rimaneva una specie di museo vivente. Anche la nostra famiglia se n'era andata ormai via, trasferita definitivamente nella Capitale.
Almeno zia Maria e quattro dei suoi figli erano rimasti legati per sempre al nostro caro paese (continua).
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mercoledì 21 luglio 2010
Quella piazza sempre vuota...I miei ricordi 89
Piazza Margherita, la piazza principale di Acuto, è nata con un destino sbagliato: destinata ad essere vuota. A Piazza Margherita si va: non ci si passa. E se non c'è motivo di andarci, non ci si passa mai.
Eppure, a piazza Margherita c'era tutto. C'era l'ufficio postale. C'era la Cassa di Risparmio. C'era, almeno per un certo periodo, il Municipio. C'era la farmacia. C'era, proprio al centro, il monumento ai caduti. C'era una bella fontana. C'erano gli alberi, lo spazio per giocare, c'era il forno di Cencia.
Serviva forse altro perché la piazza fosse viva e animata?
Sì, c'erano le abitazioni, tutte ben costruite e armoniose, con facciate moderne e buona architettura, delle otto o nove famiglie principali del paese: i Perinelli, con Augusto podestà del paese; i Verdecchia, che al pian terreno ospitavano la Banca; c'erano i Pompili e i Longo; i Guidoni, antenati del futuro astronauta Umberto; c'erano i De Grandi e gli Anagni, i Ticconi e i Coria, altre famiglie tra le più attive e intraprendenti.
Eppure...un accenno di vita c'era stato soltanto nell'anticamera della piazza, tra la bella Chiesa di Santa Maria, il castello dei conti Giannuzzi Savelli, il torrione, ormai integrato nel palazzo dei Perinelli, e soprattutto la vivacissima osteria di Nannetta, della famiglia De Grandi. Ma appena si superava quell'osteria, percorrendo cinque
metri in lieve salita per entrare nella piazza vera e propria, cominciava il grande silenzio.
I bambini non osavano quasi giocarci. Non c'era l'atmosfera giusta. Qualcuno si azzardava a fare dei giri in bicicletta, ma c'era come il timore che non si stesse facendo la cosa giusta.
Ci voleva la piazzetta di San Nicola, cinquanta metri più dentro il paese vecchio, perché i bambini si animassero in cento giochi, le comari in cento chiacchiere attorno alla fontana pubblica, e i vecchietti in cento memorie sul vecchio muretto fatto apposta per incontrarsi, prendere il sole, tornare con i pensieri e le parole lontano nel tempo.
Piazza Margherita no: troppo severa, troppo austera, quasi il nido del potere, con quel
grigio monumento ai caduti che sembrava fatto apposta per incutere silenzio. "Acuto ai suoi figli immolatisi per la patria", recava la scritta, ma ormai le parole di bronzo erano smozzicate e non dicevano nulla al cuore.
Il guaio era che la piazza finiva lì, non andava in alcun altro luogo, non era al centro di nessuna vita. Solo di una vita un po' ingessata, tra l'odore di spezie della farmacia, le attese al telefono della posta, qualche persona nervosa allo sportello della banca, un impiegato frettoloso del Comune.
Tutto ciò non faceva mai piazza, e non la fa tuttora. Piazza è dove la gente s'incontra: e a piazza Margherita è come se la gente non s'incontrasse mai. Piazza è dove i bambini giocano. E a piazza Margherita i bambini non giocavano mai (continua).
Eppure, a piazza Margherita c'era tutto. C'era l'ufficio postale. C'era la Cassa di Risparmio. C'era, almeno per un certo periodo, il Municipio. C'era la farmacia. C'era, proprio al centro, il monumento ai caduti. C'era una bella fontana. C'erano gli alberi, lo spazio per giocare, c'era il forno di Cencia.
Serviva forse altro perché la piazza fosse viva e animata?
Sì, c'erano le abitazioni, tutte ben costruite e armoniose, con facciate moderne e buona architettura, delle otto o nove famiglie principali del paese: i Perinelli, con Augusto podestà del paese; i Verdecchia, che al pian terreno ospitavano la Banca; c'erano i Pompili e i Longo; i Guidoni, antenati del futuro astronauta Umberto; c'erano i De Grandi e gli Anagni, i Ticconi e i Coria, altre famiglie tra le più attive e intraprendenti.
Eppure...un accenno di vita c'era stato soltanto nell'anticamera della piazza, tra la bella Chiesa di Santa Maria, il castello dei conti Giannuzzi Savelli, il torrione, ormai integrato nel palazzo dei Perinelli, e soprattutto la vivacissima osteria di Nannetta, della famiglia De Grandi. Ma appena si superava quell'osteria, percorrendo cinque
metri in lieve salita per entrare nella piazza vera e propria, cominciava il grande silenzio.
I bambini non osavano quasi giocarci. Non c'era l'atmosfera giusta. Qualcuno si azzardava a fare dei giri in bicicletta, ma c'era come il timore che non si stesse facendo la cosa giusta.
Ci voleva la piazzetta di San Nicola, cinquanta metri più dentro il paese vecchio, perché i bambini si animassero in cento giochi, le comari in cento chiacchiere attorno alla fontana pubblica, e i vecchietti in cento memorie sul vecchio muretto fatto apposta per incontrarsi, prendere il sole, tornare con i pensieri e le parole lontano nel tempo.
Piazza Margherita no: troppo severa, troppo austera, quasi il nido del potere, con quel
grigio monumento ai caduti che sembrava fatto apposta per incutere silenzio. "Acuto ai suoi figli immolatisi per la patria", recava la scritta, ma ormai le parole di bronzo erano smozzicate e non dicevano nulla al cuore.
Il guaio era che la piazza finiva lì, non andava in alcun altro luogo, non era al centro di nessuna vita. Solo di una vita un po' ingessata, tra l'odore di spezie della farmacia, le attese al telefono della posta, qualche persona nervosa allo sportello della banca, un impiegato frettoloso del Comune.
Tutto ciò non faceva mai piazza, e non la fa tuttora. Piazza è dove la gente s'incontra: e a piazza Margherita è come se la gente non s'incontrasse mai. Piazza è dove i bambini giocano. E a piazza Margherita i bambini non giocavano mai (continua).
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lunedì 19 luglio 2010
Lo svuotamento del laghetto - I miei ricordi 88
Si conservano ancora oggi, come un cimelio storico, le cartoline illustrate in bianco e nero con la scritta " Acuto si specchia nel suo laghetto". Possono essere anche trovate fra le pieghe del computer, in qualche sito che presenta rarità storiche.
Il laghetto è quello di Casanova, la località pianeggiante alle spalle della vecchia stazione della Roma-Fiuggi. Acuto si è specchiato in quel laghetto fino all'anno 1950, quando si andava a giocare a pallone ai piani della Ciancola, e si passava proprio vicino a quel poco che ne era rimasto, più una grossa pozzanghera piena di girini, di melma e di alghe palustri.
Ormai quell'acqua, anziché rispecchiare il profilo del paese con l'abside di Santa Maria in primo piano, rappresentava solo un covo di zanzare, e il sindaco di allora, il professore di ginnastica Giuseppe Germini, a cui è stata opportunamente dedicata la strada principale del quartiere nuovo, ne ordinò il risanamento. Fu aperto un canale che arrivava, in crescente declivio, fino all'orlo della collina, e le acque malsane vi si precipitarono con una certa facilità, perdendosi fra le rocce e i sassi del costone, fino al fondo, due o trecento metri lì sotto.
Tutta la gente del paese partecipò allo svuotamento, senza troppa nostalgia per quello specchio d'acqua sempre più malsano. Non vi erano più neanche le sanguisughe, che una volta vi abbondavano ed erano utilizzate per i salassi.
Nel giro di una settimana il terreno si prosciugò, e un periodo di scarse piogge facilitò l'impresa. Quello spiano di circa duecento metri di lunghezza e un centinaio di larghezza era divenuto una comoda area fabbricabile, e nel giro di un trentennio aiutò il paese a trovare uno spazio di espansione abitativa senza gravare sul piano edilizio, anzi agevolandolo vistosamente.
Il nuovo quartiere è un centinaio di metri al di sotto del vecchio abitato, ma è ugualmente in eccellente posizione, con aria buona, ampio panorama e maggiori comodità sia per gli impianti igienici che per tutti gli altri aspetti urbanistici.
Dallo svuotamento del laghetto, Acuto non ha tratto altro che benefici, con la nascita di un centro urbano comodo e moderno. I nostalgici non hanno che da guardare qualche vecchia cartolina per ricordarsi quanto si era indietro in fatto d'igiene e di comodi servizi casalinghi, a cominciare dal riscaldamento delle case.
Quel laghetto, inoltre, conservava un ricordo drammatico risalente ai primi decenni del secolo scorso. D'inverno le acque si ghiacciavano completamente, creando un lastrone apparentemente robusto. Due ragazzi, si chiamavano Mario Ticconi e Ruggero Perinelli esattamente come due nostri amici del gruppo degli anni quaranta (erano sicuramente loro parenti), pensarono di poter andarvi a pattinare, ma rimasero entrambi intrappolati nel ghiaccio. Nel tentativo reciproco di aiutarsi, finirono per scomparire in fondo al lago prima che i soccorsi arrivassero. I loro corpi vennero ritrovati stretti in un abbraccio mortale.
Una vecchissima lapide del cimitero, vicino all'uscita della scala della chiesetta, fino a pochi anni fa ricordava il triste episodio nella tomba comune. Allo scadere del cinquantennio della morte, i loro resti sono stati portati nell'ossario, e ora forse nel paese non ci sarà più nessuno che li ricordi (continua).
Il laghetto è quello di Casanova, la località pianeggiante alle spalle della vecchia stazione della Roma-Fiuggi. Acuto si è specchiato in quel laghetto fino all'anno 1950, quando si andava a giocare a pallone ai piani della Ciancola, e si passava proprio vicino a quel poco che ne era rimasto, più una grossa pozzanghera piena di girini, di melma e di alghe palustri.
Ormai quell'acqua, anziché rispecchiare il profilo del paese con l'abside di Santa Maria in primo piano, rappresentava solo un covo di zanzare, e il sindaco di allora, il professore di ginnastica Giuseppe Germini, a cui è stata opportunamente dedicata la strada principale del quartiere nuovo, ne ordinò il risanamento. Fu aperto un canale che arrivava, in crescente declivio, fino all'orlo della collina, e le acque malsane vi si precipitarono con una certa facilità, perdendosi fra le rocce e i sassi del costone, fino al fondo, due o trecento metri lì sotto.
Tutta la gente del paese partecipò allo svuotamento, senza troppa nostalgia per quello specchio d'acqua sempre più malsano. Non vi erano più neanche le sanguisughe, che una volta vi abbondavano ed erano utilizzate per i salassi.
Nel giro di una settimana il terreno si prosciugò, e un periodo di scarse piogge facilitò l'impresa. Quello spiano di circa duecento metri di lunghezza e un centinaio di larghezza era divenuto una comoda area fabbricabile, e nel giro di un trentennio aiutò il paese a trovare uno spazio di espansione abitativa senza gravare sul piano edilizio, anzi agevolandolo vistosamente.
Il nuovo quartiere è un centinaio di metri al di sotto del vecchio abitato, ma è ugualmente in eccellente posizione, con aria buona, ampio panorama e maggiori comodità sia per gli impianti igienici che per tutti gli altri aspetti urbanistici.
Dallo svuotamento del laghetto, Acuto non ha tratto altro che benefici, con la nascita di un centro urbano comodo e moderno. I nostalgici non hanno che da guardare qualche vecchia cartolina per ricordarsi quanto si era indietro in fatto d'igiene e di comodi servizi casalinghi, a cominciare dal riscaldamento delle case.
Quel laghetto, inoltre, conservava un ricordo drammatico risalente ai primi decenni del secolo scorso. D'inverno le acque si ghiacciavano completamente, creando un lastrone apparentemente robusto. Due ragazzi, si chiamavano Mario Ticconi e Ruggero Perinelli esattamente come due nostri amici del gruppo degli anni quaranta (erano sicuramente loro parenti), pensarono di poter andarvi a pattinare, ma rimasero entrambi intrappolati nel ghiaccio. Nel tentativo reciproco di aiutarsi, finirono per scomparire in fondo al lago prima che i soccorsi arrivassero. I loro corpi vennero ritrovati stretti in un abbraccio mortale.
Una vecchissima lapide del cimitero, vicino all'uscita della scala della chiesetta, fino a pochi anni fa ricordava il triste episodio nella tomba comune. Allo scadere del cinquantennio della morte, i loro resti sono stati portati nell'ossario, e ora forse nel paese non ci sarà più nessuno che li ricordi (continua).
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sabato 17 luglio 2010
Nunziata la postina - I miei ricordi 87
Posta e giornali arrivavano ad Acuto con una certa regolarità. Tranne una pausa di alcuni mesi dopo il passaggio degli alleati, giugno 1944, e comunque non oltre l'estate dell'anno successivo, fine della seconda guerra mondiale e un po' di tempo per riattivare i binari del trenino Roma-Fiuggi, il servizio era regolarmente assolto per via ferroviaria, e la corrispondenza più i quotidiani venivano ritirati con il trenino delle 8.30 in arrivo da Roma.
Ad aspettare la posta era puntuale ogni mattina un'anziana signora, Nunziata, una figura caratteristica, traccagnotta e simpatica, che con tutta la calma di questo mondo si accingeva a percorrere quei cinquecento metri di salita che separavano la stazione dalla bottega di Enrichetto, dove depositava il tesoro dei giornali quotidiani, una cinquantina in tutto, e di qualcuno dei primi settimanali. Uno di questi, che diventò subito famoso, fu Grand Hotel, che introdusse i fumetti anche nel genere rosa.
A quel punto, ed erano ormai le nove inoltrate, Nunziata passava all'Ufficio Postale in piazza Margherita, depositava la posta più impegnativa all'Ufficiale Postale, commendator Ferdinando Felli, una delle autorità paesane, e si preparava con tutta calma a fare il giro del paese per la posta normale, secondo un itinerario predeterminato, che si concludeva dopo alcune ore nel vecchio quartiere di San Pietro, vicino a casa sua. Qui poteva finalmente distendersi per una meritatissima pausa, quasi sempre coincidente con l'ora del pasto principale, che una sorella più giovane aveva avuto tutto l'agio di preparare.
Questa sorella, dopo qualche anno, si sposò con il capostazione di Fiuggi, e dal loro matrimonio nacque quel Lorenzino Necci destinato a divenire un grande personaggio dell'Eni e del settore petrolifero pubblico degli anni '70.
Con l'andare del tempo, il giro della posta diventò via via troppo pesante per la brava e simpatica Nunziata, il cui bussare alla porta era considerato un privilegio e un auspicio di buone notizie. Quelle cattive le portavano di solito il telefono pubblico e i telegrammi, che non erano di sua competenza, e per cui si era convocati all'Ufficio Postale.
Quando arrivò l'ora della pensione, per Nunziata, quel vecchio tipo di sistema postale aveva fatto il suo tempo. Negli anni '80, il primo a cessare di funzionare fu il trenino Roma-Fiuggi. Il sacco postale venne preso in carico dai pullman del Cotral, che si fermavano proprio al centro del paese. I servizi quotidiani e delle raccomandate vennero automatizzati e resi più snelli.
Non c'era più spazio per figure quasi romantiche come quella di Nunziata la postina. Oggi un buon postino deve avere la sua motoretta e lo spirito pratico dei nostri giorni.
D'altra parte, sempre più spesso, il giornale cartaceo viene sostituito da una comoda lettura dei quotidiani via Internet, e sempre più spesso la lettera viene sostituita dall'e.mail sul computer (continua).
Ad aspettare la posta era puntuale ogni mattina un'anziana signora, Nunziata, una figura caratteristica, traccagnotta e simpatica, che con tutta la calma di questo mondo si accingeva a percorrere quei cinquecento metri di salita che separavano la stazione dalla bottega di Enrichetto, dove depositava il tesoro dei giornali quotidiani, una cinquantina in tutto, e di qualcuno dei primi settimanali. Uno di questi, che diventò subito famoso, fu Grand Hotel, che introdusse i fumetti anche nel genere rosa.
A quel punto, ed erano ormai le nove inoltrate, Nunziata passava all'Ufficio Postale in piazza Margherita, depositava la posta più impegnativa all'Ufficiale Postale, commendator Ferdinando Felli, una delle autorità paesane, e si preparava con tutta calma a fare il giro del paese per la posta normale, secondo un itinerario predeterminato, che si concludeva dopo alcune ore nel vecchio quartiere di San Pietro, vicino a casa sua. Qui poteva finalmente distendersi per una meritatissima pausa, quasi sempre coincidente con l'ora del pasto principale, che una sorella più giovane aveva avuto tutto l'agio di preparare.
Questa sorella, dopo qualche anno, si sposò con il capostazione di Fiuggi, e dal loro matrimonio nacque quel Lorenzino Necci destinato a divenire un grande personaggio dell'Eni e del settore petrolifero pubblico degli anni '70.
Con l'andare del tempo, il giro della posta diventò via via troppo pesante per la brava e simpatica Nunziata, il cui bussare alla porta era considerato un privilegio e un auspicio di buone notizie. Quelle cattive le portavano di solito il telefono pubblico e i telegrammi, che non erano di sua competenza, e per cui si era convocati all'Ufficio Postale.
Quando arrivò l'ora della pensione, per Nunziata, quel vecchio tipo di sistema postale aveva fatto il suo tempo. Negli anni '80, il primo a cessare di funzionare fu il trenino Roma-Fiuggi. Il sacco postale venne preso in carico dai pullman del Cotral, che si fermavano proprio al centro del paese. I servizi quotidiani e delle raccomandate vennero automatizzati e resi più snelli.
Non c'era più spazio per figure quasi romantiche come quella di Nunziata la postina. Oggi un buon postino deve avere la sua motoretta e lo spirito pratico dei nostri giorni.
D'altra parte, sempre più spesso, il giornale cartaceo viene sostituito da una comoda lettura dei quotidiani via Internet, e sempre più spesso la lettera viene sostituita dall'e.mail sul computer (continua).
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giovedì 15 luglio 2010
La corale di don Aristide - I miei ricordi 86
Ci fu un momento in cui, nel derby delle parrocchie tra Santa Maria e San Pietro, derby sempre dominato dallo strapotere di Santa Maria, la prevalenza sembrò passare dall'altra parte. Questo momento giunse proprio sul finire della guerra, quando il parroco di Santa Maria, il mitico don Filippo Longo, ormai ottantenne o giù di lì, imboccò l'inevitabile declino, mentre nell'altra parrocchia si levava all'orizzonte la stella nuova, quella del giovane e straripante don Aristide Tosco.
Don Aristide era di Gorga, paese sui monti Lepini, poco al di sotto di Carpineto Romano, patria di Leone XIII, il pontefice della"Rerum Novarum".
Don Aristide sembrava un predestinato. Snello nella figura, non ancora trentenne, un'ampia parabola tutta da compiere. Assomigliava in modo impressionante al giovane prete impersonato da Gregory Peck nelle "Chiavi del Paradiso". La vecchia parrocchia di San Pietro sembrò riprendere vita. I giovani arrivavano come le mosche, attirati dal dinamismo del
nuovo parroco.
L'idea aggregante fu quella della corale: cominciò a selezionare prima le voci maschili, e ne poté schierare sette-otto di buon calibro tenorile, potenti e trascinanti. Poi vennero le voci femminili: anche in questo caso don Aristide preferì la potenza di tre-quattro contralto, dalla voce sonora e duttile, capitanate da quella di mia cugina Maria Luigia, una vera e propria leader non solo nei giochi, ma anche negli orientamenti culturali.
Il leader dei maschi era Peppinello Tassa, anche lui dotato di grande carisma e personalità. Nessuna sorpresa se, dopo tre-quattro anni di attiva comunanza, i due finissero per sviluppare una profonda amicizia, e poi sposarsi, in un matrimonio coronato dalla nascita di tre vivacissime bambine.
Fu una serie di successi. La corale esordì preparando una messa molto impegnativa, la "Jucunda" di Francesco Vittadini, che da allora fu cantata in paese ad ogni festa religiosa importante, come San Maurizio o l'Assunta, e poi esportata in tutta la Diocesi di Anagni, da Fiuggi a Carpineto ad Anagni stessa, dove in quel periodo andava per la maggiore un'altra corale famosa, quella guidata dall'illustre maestro Luigi Colacicchi, valorizzatore del folklore ciociaro con la scoperta di canzoni come
"Il fazzolettino", resa famosa in Europa da Yves Montand: "Aridamme lu fazzolettino/
vado alla fonte e lo vado a lavar...
La fama di don Aristide cresceva, proprio nel momento in cui il paese di Acuto si andava spopolando a causa della fortissima immigrazione nella capitale. Intanto il vecchio don Filippo era ormai in età da pensione, e il vescovo di Anagni dovette correre ai ripari: unificò le due parrocchie di Santa Maria e di San Pietro, designando come unico parroco il giovane e straripante don Aristide. Si chiudeva così la storia del derby delle due parrocchie, con molto rammarico dei Sampietrini, che si vedevano declassati e serviti unicamente, per le emergenze, da un giovane e inesperto viceparroco, un chierico locale uscito fresco fresco dal seminario.
Del resto la popolazione di Acuto, in un decennio, si era ridotta da oltre tremila abitanti a millecinquecento, per i quali una parrocchia sola era più che sufficiente.
Strade e vicoli del paese si stavano letteralmente svuotando; le case più vecchie venivano abbandonate, il vecchio rione di San Pietro rimase silenzioso con le sue antiche strutture, e si preferiva vivere in quelle più nuove della parte moderna del paese, dove ormai tutti volevano i migliori servizi igienici e il sistema di riscaldamento.
Maria Luigia e Peppinello diedero l'esempio, andando a costruire la loro casa nuova in via delle Cianfrusche, alle spalle dell'imponente edificio scolastico, in posizione arieggiata e spaziosa, vicino a un nuovo albergo che venne chiamato "La Panoramica" (continua).
Don Aristide era di Gorga, paese sui monti Lepini, poco al di sotto di Carpineto Romano, patria di Leone XIII, il pontefice della"Rerum Novarum".
Don Aristide sembrava un predestinato. Snello nella figura, non ancora trentenne, un'ampia parabola tutta da compiere. Assomigliava in modo impressionante al giovane prete impersonato da Gregory Peck nelle "Chiavi del Paradiso". La vecchia parrocchia di San Pietro sembrò riprendere vita. I giovani arrivavano come le mosche, attirati dal dinamismo del
nuovo parroco.
L'idea aggregante fu quella della corale: cominciò a selezionare prima le voci maschili, e ne poté schierare sette-otto di buon calibro tenorile, potenti e trascinanti. Poi vennero le voci femminili: anche in questo caso don Aristide preferì la potenza di tre-quattro contralto, dalla voce sonora e duttile, capitanate da quella di mia cugina Maria Luigia, una vera e propria leader non solo nei giochi, ma anche negli orientamenti culturali.
Il leader dei maschi era Peppinello Tassa, anche lui dotato di grande carisma e personalità. Nessuna sorpresa se, dopo tre-quattro anni di attiva comunanza, i due finissero per sviluppare una profonda amicizia, e poi sposarsi, in un matrimonio coronato dalla nascita di tre vivacissime bambine.
Fu una serie di successi. La corale esordì preparando una messa molto impegnativa, la "Jucunda" di Francesco Vittadini, che da allora fu cantata in paese ad ogni festa religiosa importante, come San Maurizio o l'Assunta, e poi esportata in tutta la Diocesi di Anagni, da Fiuggi a Carpineto ad Anagni stessa, dove in quel periodo andava per la maggiore un'altra corale famosa, quella guidata dall'illustre maestro Luigi Colacicchi, valorizzatore del folklore ciociaro con la scoperta di canzoni come
"Il fazzolettino", resa famosa in Europa da Yves Montand: "Aridamme lu fazzolettino/
vado alla fonte e lo vado a lavar...
La fama di don Aristide cresceva, proprio nel momento in cui il paese di Acuto si andava spopolando a causa della fortissima immigrazione nella capitale. Intanto il vecchio don Filippo era ormai in età da pensione, e il vescovo di Anagni dovette correre ai ripari: unificò le due parrocchie di Santa Maria e di San Pietro, designando come unico parroco il giovane e straripante don Aristide. Si chiudeva così la storia del derby delle due parrocchie, con molto rammarico dei Sampietrini, che si vedevano declassati e serviti unicamente, per le emergenze, da un giovane e inesperto viceparroco, un chierico locale uscito fresco fresco dal seminario.
Del resto la popolazione di Acuto, in un decennio, si era ridotta da oltre tremila abitanti a millecinquecento, per i quali una parrocchia sola era più che sufficiente.
Strade e vicoli del paese si stavano letteralmente svuotando; le case più vecchie venivano abbandonate, il vecchio rione di San Pietro rimase silenzioso con le sue antiche strutture, e si preferiva vivere in quelle più nuove della parte moderna del paese, dove ormai tutti volevano i migliori servizi igienici e il sistema di riscaldamento.
Maria Luigia e Peppinello diedero l'esempio, andando a costruire la loro casa nuova in via delle Cianfrusche, alle spalle dell'imponente edificio scolastico, in posizione arieggiata e spaziosa, vicino a un nuovo albergo che venne chiamato "La Panoramica" (continua).
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martedì 13 luglio 2010
Le corse sui binari - I miei ricordi 85
Conoscendo bene gli orari dei trenini, un nostro grande divertimento erano le corse sui binari, saltando da una traversina a un'altra.
Sapevamo, per esempio, che dalle undici a mezzogiorno non c'era nessun trenino sul percorso, né verso Fiuggi, né verso Roma. Per quell'ora, il binario era il nostro regno.
La ferrovia Roma-Fiuggi-Alatri era su binario unico, e a scartamento ridotto. Il tratto da Acuto a Colle Borano, dove c'era una stazioncina intermedia tra il nostro paese e Fiuggi, diventava così teatro delle nostre corse speciali.
Si saltellava per due chilometri circa, da traversina a traversina, e ogni traversina distava dall'altra un metro circa: quindi si procedeva velocissimi con lo stesso passo del grillo. Era un passo atletico, che ci allenava alla resistenza e al fondo. Ci accorgevamo che ci faceva benissimo, perché poi, quando andavamo a trasferire la gara di corsa su terreno normale, quelli che erano i più forti nella corsa sui binari dominavano in maniera assoluta anche la corsa campestre, che poteva durare fino a cinque o sei chilometri.
Quando si andava alle scuole superiori, a Fiuggi, o Alatri, o Anagni, i ragazzi di Acuto, abituati alle gare di resistenza sui binari sassosi, riuscivano sempre ad avere la prevalenza sui compagni abituati a percorsi più comodi e pianeggianti. Un po' come succede oggi nelle grandi gare di fondo, che sono dominate dagli atleti africani provenienti dai paesi del centro del continente, abituati a gareggiare sugli altipiani dell'Etiopia e del Kenia.
Del resto, per provare una sensazione di enorme facilità nella corsa, basta essere nati in un paese di montagna e poi scendere a gareggiare in zone pianeggianti. Quando tornavo a Roma dalle vacanze in montagna, avevo la sensazione quasi di volare, mentre passeggiare tra i sassi e i percorsi montani risulta molto faticoso, ma in compenso allena i muscoli per quando poi si torna in città.
Comunque, se ci avessero visti fare le corse sui binari del trenino, sicuramente ci avrebbero fermati e magari anche multati, perché la cosa poteva essere anche pericolosa. Bastava mettere un piede in fallo per ritrovarsi nei guai. Perciò preferivamo correre su un grande rettilineo, in modo da vedere comunque il trenino da lontano e sentire l'immancabile fischio all'uscita dal curvone giù in fondo, distante un chilometro.
Campionissimo di questo tipo di corsa era Angelino, il nostro amico centrocampista nel calcio, dotato di un fiato inesauribile e di un calcio di punizione terribile, ogni tiro piazzato un gol, e vincitore di tutte le corse campestri. Sembrava veramente un "uomo degli altipiani", un Abebe Bikila dalla pelle bianca.
Peccato che il trenino, con tutti i suoi binari larghi un metro, e le sue traversine, sia scomparso da trent'anni, sostituito sommariamente da una pista ciclabile che unisce
tutti i paesi della ferrovia Roma-Fiuggi (continua).
Sapevamo, per esempio, che dalle undici a mezzogiorno non c'era nessun trenino sul percorso, né verso Fiuggi, né verso Roma. Per quell'ora, il binario era il nostro regno.
La ferrovia Roma-Fiuggi-Alatri era su binario unico, e a scartamento ridotto. Il tratto da Acuto a Colle Borano, dove c'era una stazioncina intermedia tra il nostro paese e Fiuggi, diventava così teatro delle nostre corse speciali.
Si saltellava per due chilometri circa, da traversina a traversina, e ogni traversina distava dall'altra un metro circa: quindi si procedeva velocissimi con lo stesso passo del grillo. Era un passo atletico, che ci allenava alla resistenza e al fondo. Ci accorgevamo che ci faceva benissimo, perché poi, quando andavamo a trasferire la gara di corsa su terreno normale, quelli che erano i più forti nella corsa sui binari dominavano in maniera assoluta anche la corsa campestre, che poteva durare fino a cinque o sei chilometri.
Quando si andava alle scuole superiori, a Fiuggi, o Alatri, o Anagni, i ragazzi di Acuto, abituati alle gare di resistenza sui binari sassosi, riuscivano sempre ad avere la prevalenza sui compagni abituati a percorsi più comodi e pianeggianti. Un po' come succede oggi nelle grandi gare di fondo, che sono dominate dagli atleti africani provenienti dai paesi del centro del continente, abituati a gareggiare sugli altipiani dell'Etiopia e del Kenia.
Del resto, per provare una sensazione di enorme facilità nella corsa, basta essere nati in un paese di montagna e poi scendere a gareggiare in zone pianeggianti. Quando tornavo a Roma dalle vacanze in montagna, avevo la sensazione quasi di volare, mentre passeggiare tra i sassi e i percorsi montani risulta molto faticoso, ma in compenso allena i muscoli per quando poi si torna in città.
Comunque, se ci avessero visti fare le corse sui binari del trenino, sicuramente ci avrebbero fermati e magari anche multati, perché la cosa poteva essere anche pericolosa. Bastava mettere un piede in fallo per ritrovarsi nei guai. Perciò preferivamo correre su un grande rettilineo, in modo da vedere comunque il trenino da lontano e sentire l'immancabile fischio all'uscita dal curvone giù in fondo, distante un chilometro.
Campionissimo di questo tipo di corsa era Angelino, il nostro amico centrocampista nel calcio, dotato di un fiato inesauribile e di un calcio di punizione terribile, ogni tiro piazzato un gol, e vincitore di tutte le corse campestri. Sembrava veramente un "uomo degli altipiani", un Abebe Bikila dalla pelle bianca.
Peccato che il trenino, con tutti i suoi binari larghi un metro, e le sue traversine, sia scomparso da trent'anni, sostituito sommariamente da una pista ciclabile che unisce
tutti i paesi della ferrovia Roma-Fiuggi (continua).
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domenica 11 luglio 2010
La Madonna di Acuto - I miei ricordi 84
Un giorno di tanti anni fa, diciamo di circa un secolo fa, due sconosciuti antiquari romani si presentarono al curato di Santa Maria, in Acuto, e chiesero di poter rovistare fra le cianfrusaglie conservate nel sotterraneo della Chiesa: vecchi candelabri inservibili, qualche quadro malandato, qualche mobile zoppicante, qualche statua malridotta e impresentabile.
Non trovarono nulla di notevole, tranne una statua di legno raffigurante la Madonna con il bambino sulle ginocchia, giudicata di scarso valore. Proposero comunque al curato un cambio: con il migliaio di lire che offrivano, si sarebbe potuta acquistare una meravigliosa statua moderna dell'Assunta, patrona del paese.
Monsignore accettò, convinto di aver fatto un buon affare. La vecchia statua di legno, di rozza fattura e piuttosto malridotta, era giudicata inadatta per stare in una nicchia o per essere portata in processione, cosa che invece accadde con la statua nuova di gesso, di formato gigante, smagliante di colori, con una corona di dodici luci sul capo, il serpente schiacciato sotto i piedi, e una torma di angioletti festanti all'intorno. La statua nuova dell'Assunta fu accolta con entusiasmo e devozione ed è tuttora oggetto di venerazione.
Nel frattempo i due antiquari restaurarono l'antica statua lignea, di normali dimensioni, rozza di fattura perché risalente al periodo romanico. Venne datata con precisione intorno ai primi anni del tredicesimo secolo, circa 1210, e si scoprì che era stata un dono di papa Bonifacio VIII alla popolazione di Acuto, la prima a insorgere contro la soldataglia di Filippo il Bello di Francia in occasione del famoso "schiaffo di Anagni" del 7 settembre 1303 ad opera del Nogaret e di Sciarra Colonna.
Un'opera d'arte arricchita di pietre preziose, scambiate per vetri, e ritenuta degna di rispetto e di dar nome a un apposito salone del Museo Nazionale di Piazza Venezia in Roma.
Una diversa versione di questa scoperta, nata forse per riscattare l'ignoranza del curato, afferma che la Vergine lignea fu donata volontariamente al museo romano a seguito di un bombardamento della chiesa di San Sebastiano, dove era conservata in una nicchia. Ma questo non risulta a me, che allora ero un bambino di dieci anni. San Sebastiano non fu bombardata, ma appena danneggiata da alcune granate, e non ricordo nessuna statua di legno in nessuna nicchia. Invece la storia del curato ingannato circolava da tempo nel paese, e così pure era nota la presenza della statua a Roma, dove era stata subito apprezzata e valutata come una versione lignea di una famosa statua marmorea di Benedetto Antelami (la Madonna di Fontevivo, Parma, 1190). Una vergine maestosa e degna di essere portata in processione, e non certo di rimanere nascosta in un sotterraneo di paese.
Comunque, se un giorno andrete a visitare il Museo di Palazzo Venezia e potrete ammirare la Madonna di Acuto, la cui foto si trova ormai in tutti i libri di storia dell'arte, vi prego di pensare anche un po' al mio caro paese, e ai suoi tanti secoli di storia non appannati da un po' d'ignoranza, che della storia è sempre parte importante.
Ah, dimenticavo: questo capolavoro dell'arte romanica è stato ricavato dal ceppo di un ulivo, la pianta umile e forte che è tipica di questo paese (continua).
Non trovarono nulla di notevole, tranne una statua di legno raffigurante la Madonna con il bambino sulle ginocchia, giudicata di scarso valore. Proposero comunque al curato un cambio: con il migliaio di lire che offrivano, si sarebbe potuta acquistare una meravigliosa statua moderna dell'Assunta, patrona del paese.
Monsignore accettò, convinto di aver fatto un buon affare. La vecchia statua di legno, di rozza fattura e piuttosto malridotta, era giudicata inadatta per stare in una nicchia o per essere portata in processione, cosa che invece accadde con la statua nuova di gesso, di formato gigante, smagliante di colori, con una corona di dodici luci sul capo, il serpente schiacciato sotto i piedi, e una torma di angioletti festanti all'intorno. La statua nuova dell'Assunta fu accolta con entusiasmo e devozione ed è tuttora oggetto di venerazione.
Nel frattempo i due antiquari restaurarono l'antica statua lignea, di normali dimensioni, rozza di fattura perché risalente al periodo romanico. Venne datata con precisione intorno ai primi anni del tredicesimo secolo, circa 1210, e si scoprì che era stata un dono di papa Bonifacio VIII alla popolazione di Acuto, la prima a insorgere contro la soldataglia di Filippo il Bello di Francia in occasione del famoso "schiaffo di Anagni" del 7 settembre 1303 ad opera del Nogaret e di Sciarra Colonna.
Un'opera d'arte arricchita di pietre preziose, scambiate per vetri, e ritenuta degna di rispetto e di dar nome a un apposito salone del Museo Nazionale di Piazza Venezia in Roma.
Una diversa versione di questa scoperta, nata forse per riscattare l'ignoranza del curato, afferma che la Vergine lignea fu donata volontariamente al museo romano a seguito di un bombardamento della chiesa di San Sebastiano, dove era conservata in una nicchia. Ma questo non risulta a me, che allora ero un bambino di dieci anni. San Sebastiano non fu bombardata, ma appena danneggiata da alcune granate, e non ricordo nessuna statua di legno in nessuna nicchia. Invece la storia del curato ingannato circolava da tempo nel paese, e così pure era nota la presenza della statua a Roma, dove era stata subito apprezzata e valutata come una versione lignea di una famosa statua marmorea di Benedetto Antelami (la Madonna di Fontevivo, Parma, 1190). Una vergine maestosa e degna di essere portata in processione, e non certo di rimanere nascosta in un sotterraneo di paese.
Comunque, se un giorno andrete a visitare il Museo di Palazzo Venezia e potrete ammirare la Madonna di Acuto, la cui foto si trova ormai in tutti i libri di storia dell'arte, vi prego di pensare anche un po' al mio caro paese, e ai suoi tanti secoli di storia non appannati da un po' d'ignoranza, che della storia è sempre parte importante.
Ah, dimenticavo: questo capolavoro dell'arte romanica è stato ricavato dal ceppo di un ulivo, la pianta umile e forte che è tipica di questo paese (continua).
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venerdì 9 luglio 2010
Il cinema del Professore - I miei ricordi 83
Uno dei fari della cultura di Acuto era il professor Martucci. Era un teosofo, e la sua figura gibbuta, alla Leopardi, era ammantata da un alone di mistero. Ma anche dai paesi vicini venivano studenti a frequentare le sue lezioni private, che spaziavano dall'italiano alla filosofia, e lasciavano in chi lo conosceva un profondo rispetto. Tutto questo, per un ampio periodo, che spazia dagli anni Trenta fino agli anni Cinquanta.
Appena terminata la guerra, il professor Martucci decise all'improvviso di passare dalla vita contemplativa a quella pratica, investendo tutti i suoi sudati risparmi nella costruzione di una sala cinematografica. Credeva infatti, oltre alle nove muse, anche alla decima, il cinema, che in quegli anni stava dando all'Italia i capolavori immortali del neorealismo, da Sciuscià a Ladri di biciclette.
Il professore, che era scapolo, acquistò così senza pensarci due volte una bella fetta di terreno tra la caserma dei carabinieri e l'edificio scolastico, e nel giro di pochi mesi diede vita a una simpatica costruzione in forma di villa, con abitazione al primo piano e un grande salone al pianterreno, da dedicare appunto alla proiezione di film addirittura a ritmo quotidiano, che, per una popolazione di circa duemila abitanti , per lo più poverissimi, era una vera esagerazione.
Per qualche mese la cosa andò avanti. I film erano belli, la gente era curiosa, il professore era generoso e pieno di amici. Si poteva resistere al fascino di un film come Roma città aperta?
Ovviamente la situazione non poteva reggere a lungo. I giorni di programmazione si ridussero via via, sino ad arrivare a un solo spettacolo domenicale. Ma l'affitto delle pellicole era costoso, e il rientro economico sempre più incerto e insufficiente, e con tutta la sua buona volontà il professor Martucci dovette cedere.
Acuto perse così la sua sala cinematografica nel giro di pochi mesi. Qualche altro mese andò avanti ospitando piccole compagnie teatrali di passaggio o qualche troupe di avanspettacolo. Poi vennero posti i cancelli davanti alla costruzione, che venne utilizzata unicamente come abitazione privata.
Un mio cugino, Claudio, direttore didattico in missione nella Svizzera italiana, pensò a questo punto di ritirarsi parzialmente ad Acuto, a cui era rimasto molto legato. Era amico del professor Martucci, e pensò bene di ripagarlo dei suoi sacrifici economici chiedendo di vendergli la costruzione per trasformarla in una villa privata. L'accordo fu raggiunto con soddisfazione di entrambe le parti. Claudio acquistò anche una porzione di terreno alle spalle dell'ex cinema, il magnifico orto di Giggio Ceneraro, e lo trasformò in un bel giardino.
La casa, in tal modo, passò da un docente ad un altro, per l'impensabile via dell'arte del cinema che solo per un po' aveva caratterizzato quell'angolo del paese. Ma ormai, con l'avvento della televisione, il cinema era destinato a penetrare ugualmente nelle case anche di gente umile come gli abitanti di Acuto, e la missione del professor Martucci poté considerarsi in buona parte riuscita. Era stato lui a far conoscere a tutti i capolavori di Rossellini e di De Sica (continua).
Appena terminata la guerra, il professor Martucci decise all'improvviso di passare dalla vita contemplativa a quella pratica, investendo tutti i suoi sudati risparmi nella costruzione di una sala cinematografica. Credeva infatti, oltre alle nove muse, anche alla decima, il cinema, che in quegli anni stava dando all'Italia i capolavori immortali del neorealismo, da Sciuscià a Ladri di biciclette.
Il professore, che era scapolo, acquistò così senza pensarci due volte una bella fetta di terreno tra la caserma dei carabinieri e l'edificio scolastico, e nel giro di pochi mesi diede vita a una simpatica costruzione in forma di villa, con abitazione al primo piano e un grande salone al pianterreno, da dedicare appunto alla proiezione di film addirittura a ritmo quotidiano, che, per una popolazione di circa duemila abitanti , per lo più poverissimi, era una vera esagerazione.
Per qualche mese la cosa andò avanti. I film erano belli, la gente era curiosa, il professore era generoso e pieno di amici. Si poteva resistere al fascino di un film come Roma città aperta?
Ovviamente la situazione non poteva reggere a lungo. I giorni di programmazione si ridussero via via, sino ad arrivare a un solo spettacolo domenicale. Ma l'affitto delle pellicole era costoso, e il rientro economico sempre più incerto e insufficiente, e con tutta la sua buona volontà il professor Martucci dovette cedere.
Acuto perse così la sua sala cinematografica nel giro di pochi mesi. Qualche altro mese andò avanti ospitando piccole compagnie teatrali di passaggio o qualche troupe di avanspettacolo. Poi vennero posti i cancelli davanti alla costruzione, che venne utilizzata unicamente come abitazione privata.
Un mio cugino, Claudio, direttore didattico in missione nella Svizzera italiana, pensò a questo punto di ritirarsi parzialmente ad Acuto, a cui era rimasto molto legato. Era amico del professor Martucci, e pensò bene di ripagarlo dei suoi sacrifici economici chiedendo di vendergli la costruzione per trasformarla in una villa privata. L'accordo fu raggiunto con soddisfazione di entrambe le parti. Claudio acquistò anche una porzione di terreno alle spalle dell'ex cinema, il magnifico orto di Giggio Ceneraro, e lo trasformò in un bel giardino.
La casa, in tal modo, passò da un docente ad un altro, per l'impensabile via dell'arte del cinema che solo per un po' aveva caratterizzato quell'angolo del paese. Ma ormai, con l'avvento della televisione, il cinema era destinato a penetrare ugualmente nelle case anche di gente umile come gli abitanti di Acuto, e la missione del professor Martucci poté considerarsi in buona parte riuscita. Era stato lui a far conoscere a tutti i capolavori di Rossellini e di De Sica (continua).
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